ADVERTISING

Ad Blocking, l’allarme Iab Italia: “Senza pubblicità contenuti a pagamento”

Almeno un italiano su quattro utilizza sistemi per escludere gli annunci. Il presidente Carlo Noseda: “Ma l’advertising gestito correttamente è un valore: finanzia gran parte dei costi di sviluppo, produzione ed erogazione dei servizi gratuiti”

Pubblicato il 18 Apr 2016

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In Italia secondo una recente ricerca di GroupM il 25% della popolazione con più di 18 anni utilizza gli Ad blocker, per ottenere una migliore performance e velocità della web experience e una maggiore tutela della propria privacy. Dati confermati da Human Highway, secondo cui ricorre a queste soluzioni il 30,6% degli utenti su desktop con più di 15 anni. A livello mondiale, inoltre, secondo PageFair, ci sono 198 milioni di utenti con un Ad blocker attivo, con un tasso di crescita del 41% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Sono alcuni dei dati raccolti nel white paper presentato da IAb Italia, l’associazione che raggruppa i più importanti operatori della pubblicità online in Italia, sul fenomeno dell’Ad Blocking, coordinato dal direttore generale Daniele Sesini, a cui hanno partecipato Adform, Banzai, Groupm, Hearst, Ligatus, RCS, VivaKi, Widespace ed Fcp. Il documento, spiega Iab Italia in una nota, “dà un quadro del fenomeno, promuove una cultura di attenzione all’utente finale e supporta gli operatori del mercato a mettere in atto comportamenti virtuosi in una logica win-win a favore dell’intera Industry”.

Tre gli obiettivi dell’iniziativa di Iab Italia: “Aiutare tutti gli operatori della Industry a capire dimensioni e impatto del fenomeno, promuovere l’attenzione all’utente come chiave di sviluppo dell’intero settore e favorire il dialogo tra operatori – editori in particolare – e consumatori finali”. Tutto questo per far comprendere agli utenti finali, sostiene l’associazione, che la pubblicità, correttamente gestita ed erogata, rappresenta un valore e finanzia larga parte dei costi di sviluppo, produzione ed erogazione dei contenuti fruiti quotidianamente e a titolo gratuito.

Il White paper realizzato in Italia fa parte di un progetto di IAB a livello globale per promuovere una maggiore sensibilità e cultura in merito al ruolo economico e sociale dell’advertising che inviterà tutti gli operatori del mercato a sottoscrivere un “Charter of Good Advertising Practices“, un impegno di attenzione nei confronti degli utenti, e a fare propri i principi di un advretising “Lean” (Light, Encrypted, Ad Choice Supported and Non-Invasive, cioè leggero, criptato, subordinato alla scelta dell’utente e non-invasivo) e Deal (Detect, Explain, Ask and Lift or Limit, cioè Individua, Spiega, Chiedi, Rimuovi o Limita).

Proprio per favorire il dialogo tra operatori e utenti, sottolinea la società, Iab Us Tech Lab ha messo a punto un software che consente a ciascun editore di identificare gli utenti con un Ad Blocker attivo: Una volta identificato a chi rivolgersi, spiega la nota, l’editore potrà dialogare in maniera personalizzata con il lettore, accrescendone la consapevolezza sul valore dell’advertising, e invitare l’utente a disattivare l’Ad blocking, per continuare a fruire gratuitamente di contenuti di qualità, oppure offrire un’alternativa a pagamento.

“Crediamo fortemente che la chiave di volta per contrastare il fenomeno dell’Ad Blocking – e per favorire la crescita dell’intero settore sia quella di mettere l’utente al centro di ogni decisione strategica – afferma Carlo Noseda, presidente di IAB Italia – Per questo la nostra Associazione è fortemente impegnata nella costruzione di un percorso virtuoso che permette, grazie alla ‘buona pubblicità online’, di far crescere l’offerta di contenuti e servizi di qualità e ad alto valore aggiunto, per garantire soddisfazione reciproca: dei consumatori da un lato – che possono così avere una experience più appagante sia in termini di contenuti che di prestazioni – e degli investitori dall’altro, permettendo loro di coinvolgere con più efficacia il proprio target, evitando di sprecare risorse nella diffusione di messaggi non pertinenti”.

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