L’Italia non si sottragga alla sfide imposte da Industria 4.0. Pietro Grasso, presidente del Senato, lo dice a gran voce intervenendo al convegno “Industria 4.0. Investimenti produttività e innovazione per il futuro delle imprese”.
“L’Italia ha un’infrastruttura di comunicazione insufficiente per le necessità di Industria 4.0: siamo quart’ultimi in Europa per lo sviluppo digitale, molto al di sotto della media europea; solo il 15% delle imprese italiane è raggiunto dalla banda ultralarga contro il 32% della media europea; solo l’11% delle aziende vende online i propri prodotti, contro una media UE del 20% – ha ricordato Grasso – Non possiamo permetterci questo svantaggio competitivo: è dunque urgente mettere in opera i network della prossima generazione”. Ma le reti da sole non bastano. Secondo il presidente del Senato “è necessaria una rivoluzione culturale nella Pubblica Amministrazione che dovrà per forza imparare ad accompagnare la svolta digitale della nostra industria, come grande cliente e come centro di autorizzazione, trasformazione e investimenti. Le lentezze e le farraginosità burocratiche sono incompatibili con il futuro”.
In questo contesto in divenire anche il lavoro deve tornare al centro. “Le opportunità offerte dalle moderne tecnologie digitali allo sviluppo industriale pongono come tema più importante” quello del lavoro – ha evidenziato – Occorrerà da un lato favorire la transizione verso un’occupazione qualificata e più adeguata alle nuove esigenze, dall’altro fronteggiare le conseguenze sul numero degli occupati e sulle retribuzioni. Nella prima direzione si dovrà rafforzare il ruolo formativo della scuola e dell’università, valorizzare le esperienze di alternanza scuola-lavoro e focalizzare la preparazione dei nostri studenti universitari verso le competenze che saranno indispensabili in Industria 4.0″.
“Sarà anche necessario -ha proseguito- intraprendere una opera di formazione della forza lavoro attiva per elevare le competenze intermedie o basse e colmare le carenze informatiche presenti in larga parte dei lavoratori. I grandi rischi di carattere sociale e politico sono la riduzione dei posti di lavoro e delle ore lavorate e l’aumento delle diseguaglianze, sia in termini di retribuzioni sia per le prospettive di carriera, fra coloro che avranno le competenze richieste e chi non le avrà”.
“Tutte le rivoluzioni umane – ha rilevato – prima ancora di quella industriale, hanno comportato la radicale riconsiderazione della società ed è una responsabilità della politica programmare già da ora quello che avverrà nei prossimi decenni”. In tale quadro, ha affermato Industria 4.0 “è una sfida ambiziosa, un processo che porta verso il futuro ma pone con forza il dovere delle istituzioni e della politica di tutelare i lavoratori più deboli. Ci attende l’impegno formidabile -ha concluso- di pensare e costruire il futuro attraverso uno stretto dialogo con le parti sociali, nuove sinergie fra scuola, imprese, università e centri di ricerca, e soprattutto l’entusiasmo e la creatività dei nostri giovani”.
Il nostro Paese però ha le carte giuste da giocarsi. “L’Italia è ai primi posti della meccanica nel mondo e ha una struttura industriale molto importante nella quale prevalgono piccole e medie imprese competitive in speciali nicchie della subfornitura globale – ha ricordato – Ma queste imprese dovranno assimilare i nuovi modelli organizzativi, investendo grandi cifre in software e formazione e si dovranno attrezzare a relazionarsi con la clientela: la multinazionale committente nel caso della subfornitura, o la distribuzione, nel caso in cui siano più vicini al cliente finale”.
“Sarà cruciale il ruolo delle poche grandi imprese italiane, fra cui quelle della cosiddetta Silicon Valley siciliana, a testimonianza che anche al Sud del Paese si può fare impresa di successo se ci sono bravi imprenditori e manager – ha detto – Anche le imprese medie e medio-grandi avranno un ruolo centrale nel trainare il preziosissimo mondo dei distretti industriali, dove si è nel tempo accumulato quel saper fare diffuso che è al cuore dell’innovazione che esprime l’Italia industriale”.
“L’Italia non può sottrarsi a questa sfida della modernità condotta da Stati Uniti e Germania. Una sfida che impone una seria riflessione sulle conseguenze attese – ha concluso – Da una parte le imprese possono aspettarsi maggiore precisione e velocità produttive, minore dipendenza dalle variabili umane (ad esempio l’errore), più aderenza alle richieste dei mercati e margini unitari più elevati. Dall’altra si devono immaginare impatti potenzialmente seri per il sistema imprenditoriale italiano nel suo complesso”.