L'ANALISI

Smart working, Radaelli: “Ora l’obiettivo è uscire dalla comfort zone”

L’analisi dell’imprenditore: l’approvazione della legge è tassello fondamentale ma non basta a cantare vittoria. Bisogna costruire un ambiente aziendale che consenta ai lavoratori di affrontare il cambiamento. La gestione del “mondo nuovo” non ammette più ritardi

Pubblicato il 11 Mag 2017

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L’approvazione da parte delle Camere della legge sullo Smart working è un fatto estremamente positivo, ma sarebbe certamente un errore pensare di avere con questo raggiunto l’obiettivo di aver modernizzato il rapporto di lavoro. La continua innovazione dei modelli di business e l’evoluzione tecnologica, che ne è da un lato l’origine, dall’altro la conseguenza, la velocità nei rapporti impressa dall’utilizzo della rete, richiedono una relazione tra azienda e collaboratori del tutto differente dal passato.

Il primo punto, certamente evidente a ognuno di noi nelle nostre pratiche quotidiane, è la necessità dell’apprendimento continuo. Ciò che ci viene richiesto oggi dai partner, dai collaboratori, da clienti e fornitori è diverso da ciò che ci veniva richiesto ieri. Per avere successo, o forse solo per sopravvivere nel medio periodo, una società deve basarsi su persone che sappiano continuamente rimettersi in gioco.

E questo è il vero obiettivo: costruire un ambiente aziendale dove le persone conoscano gli obiettivi da raggiungere, li condividano e si sentano motivate a uscire dalla “comfort zone”, affrontando il cambiamento. Per questo le società più virtuose e che stanno crescendo con maggiore impeto, dedicano tanto tempo e tante risorse perché tutti i collaboratori conoscano gli obiettivi di breve, medio e lungo periodo e ne siano convinti. E non solo, abbiano fiducia nella capacità dei manager di guidare verso questi obiettivi. Inoltre, la necessità di interloquire con collaboratori e partner esterni in tempo reale, richiede che tutti abbiano coscienza della situazione, degli obiettivi e sappiano quindi dare risposte responsabili sui temi loro assegnati, senza dover attraversare catene gerarchiche obsolete e ritardanti.

Questo ha diverse implicazioni: prima di tutto la formazione continua, in secondo luogo la costruzione di un ambiente di lavoro dove è possibile sbagliare e l’errore non viene colpevolizzato, terzo una organizzazione estremamente piatta. Il “capo” non è più quello/a che ha tutte le risposte, è invece la persona che ha la responsabilità di disegnare la squadra, mettendo le persone giuste al posto giusto, che si assicura che tutti abbiano gli strumenti per poter svolgere la propria funzione, che indica e condivide gli obiettivi e i risultati, che promuove l’innovazione dei processi, che costruisce un ambiente di fiducia reciproca.

In questo profondo cambiamento dei valori aziendali, l’introduzione dello smart working è quindi un tassello importante perché permette di fare un passo nella direzione verso un diverso rapporto azienda/collaboratore, basato finalmente su compiti assegnati e condivisi e sui risultati conseguiti, non sulle ore trascorse in ufficio e che permetta un maggiore equilibrio tra ufficio e casa. È un cambiamento che richiede un processo di change management che deve partire dai capi intermedi, che devono svolgere un ruolo fondamentalmente diverso da quello di ieri e il cui approccio su questi temi è uno degli elementi più critici per una introduzione di successo (dove non fosse ancora presente) dello smart working. La realtà italiana, come è naturale, è molto diversificata ed esistono società all’avanguardia in questo percorso e altre che devono ancora intraprenderlo. La gestione del mondo “nuovo” non permette più ritardi e in questo momento di forte trasformazione della società, più che mai in passato, solo una squadra motivata, che utilizza processi all’avanguardia e ha fiducia nelle proprie persone e nei propri leader può andare avanti.

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