L'ANALISI

Industria 4.0, la sfida è portare a bordo le università

Con il piano Calenda la politica industriale è tornata al centro della strategia del governo: l’accademia è centrale per fare da collante tra impresa e formazione. Ma bisogna motivare docenti e studenti. L’analisi di Salvatore Improta

Pubblicato il 05 Giu 2017

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La Nuova Rivoluzione Industriale avverrà attraverso l’utilizzo delle tecnologie che spaziano in un’ampia gamma di sistemi digitali. Tali tecnologie incideranno notevolmente sulla produzione e avranno conseguenze di vasta portata sulla produttività, l’occupazione, le competenze, la distribuzione del reddito, il commercio, il benessere e l’ambiente.

Alcune nuove tecnologie di produzione mettono in luce l’importanza dell’interdisciplinarità dell’istruzione e della ricerca.

È necessario favorire una maggiore interazione tra l’industria, l’istruzione e la formazione ed è importante ideare sistemi efficaci sia per l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita sia per la formazione sul posto di lavoro, in modo che l’aggiornamento delle competenze possa essere in linea con il rapido ritmo dei cambiamenti tecnologici. La complessità di molte tecnologie di produzione emergenti supera le capacità di ricerca anche delle imprese più grandi, rendendo necessaria un’ampia gamma di partenariati di ricerca pubblici e privati. La diffusione tecnologica è fondamentale. Specialmente tra le piccole e medie imprese (Pmi), una sfida importante consiste nella trasformazione digitale di quelle che non sono native digitali.

Con il piano Calenda Industria 4.0, la politica industriale è tornata al centro della strategia del governo italiano. Favorire il passaggio delle nostre imprese alla nuova realtà industriale è da considerarsi una priorità nazionale. Il piano l’industria 4.0 non deve essere però ridotto a un semplice sconto fiscale. Deve essere soprattutto uno stimolo per un ripensamento del sistema industriale del nostro Paese, che arrivi alla reingegnerizzazione dei processi e che colleghi in maniera costruttiva e efficace ricerca e imprese.

Il ruolo dell’Università e degli istituti di ricerca pubblici è chiaramente fondamentale in tutto ciò, sia per quanto riguarda la formazione sia per quanto riguarda il trasferimento tecnologico.

Per quanto riguarda quest’ultimo, il piano Industria 4.0, seguendo parzialmente l’esempio di altre esperienze internazionali (Germania, Stati Uniti, Inghilterra, Francia, ecc.), propone di avere sul territorio italiano dei solidi centri di competenza, luoghi fisici in cui “annusare” e sperimentare le nuove tecnologie digitali e dell’automazione di fabbrica, da mettere a disposizione dell’intero Sistema Paese, attraverso un bene organizzato servizio di trasferimento tecnologico

La partecipazione e l’impegno dei professori universitari e dei ricercatori è dato per scontato e quindi come stimolarli e motivarli, a svolgere un ruolo sostanzioso e attivo nel piano, è un problema che non solo non è stato ancora affrontato, ma neppure sfiorato. La cooperazione Università e Industria è stato un nodo mai sciolto nel sistema Italia.

Il personale universitario, professori e ricercatori hanno istituzionalmente poche motivazioni ad intraprendere un rapporto di cooperazione con l’industria a parte quelle economiche legate a collaborazioni personali ad hoc non continuative.

Il motivo fondamentale risiede nel sistema di valutazione delle attività dei professori e dei ricercatori che vanno a formare titoli nei vari concorsi della carriera universitaria.

E’ naturale che ogni persona, che abbia l’obiettivo di concorrere per una avanzamento di carriera, orienti la propria attività per ottenere la migliore valutazione da parte della commissione che esaminerà il suo curriculum.

La commissione dei concorsi ha la disponibilità di analizzare il valore del candidato, guardando a 4 titoli, vantati dal candidato, selezionati da un paniere di 11. Il possesso di un solo titolo obbligatorio e quindi da tenere in conto in ogni valutazione è “l’impatto della produzione scientifica” del candidato.

Una valutazione positiva di questo titolo è una “conditio sine qua non” ed è un obiettivo particolarmente sfidante, difficile da raggiungere. Richiede una impegnativa attività di ricerca su specifiche tematiche, a cui deve far seguito una produzione di un numero congruo di pubblicazioni di qualità e originalità, accettate da riviste tecniche di prestigio. Tali pubblicazioni devono essere poi validate da numerose citazioni in altre pubblicazioni su riviste altrettanto prestigiose. Per avere riconosciuto tale titolo nei concorsi, la maggior parte degli universitari convoglia verso la ricerca per la produzione scientifica, la maggior parte della propria energia e del proprio tempo

Il professore universitario italiano vincitore di concorso si configura così essenzialmente come un super specialista in un campo attinente alla sua area tematica, che ha ottenuto risultati scientifici significativi riconosciuti come tali dalla comunità’ scientifica mondiale di riferimento

Se l’area di specializzazione del professore abbia un interesse locale o nazionale, non viene assolutamente considerata nella valutazione. Capacità di supportare il territorio in termini di formazione e trasferimento tecnologico, brevetti, cooperazione con l’industria sono titoli che possono esser considerati nella valutazione, ma solo a completamento del primo e non sono obbligatori come questo.

Il Paese, l’industria italiana ha un disperato bisogno di essere supportata e aiutata dai migliori talenti nazionali, che spesso si trovano nelle università. Bisognerebbe trovare il sistema di motivarli adeguatamente per averne di più on board.

Un contributo a tale obiettivo potrebbe venire dalla revisione prevista per il prossimo anno del Decreto 7 giugno 2016, n. 120 del Miur, che regola i concorsi universitari.

Basterebbe dare una maggiore valenza, almeno nei concorsi nell’area Stem, ai titoli relativi alla formazione ed al trasferimento tecnologico all’industria, alla partecipazione ai centri di competenza, semmai abbassando un po’ i stringenti requisiti sulla produzione scientifica.

Questa è indubbiamente importante per qualificare il profilo di un professore universitario, ma costringerlo a perseguirla con l’intensità che richiede l’attuale decreto va a detrimento di altre importanti attività, in cui un universitario si potrebbe impegnare, anche di quelle che in questo momento sono fondamentali e prioritarie per il sistema paese.

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