RIFORMA MADIA

Riforma Madia: taglio “soft” per le in house, ipotesi last minute

Regioni e Comuni chiedono di abbassare da un 1 milione a 500mila euro la soglia di fatturato minimo sotto il quale eliminare le aziende pubbliche. I sindacati lanciano l’allarme occupazione: 100mila i posti a rischio. Sul tavolo anche la possibilità delle società di partecipare a bandi di gara extraterritoriali

Pubblicato il 13 Mar 2017

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Taglio “soft” per le partecipate. Almeno nella prima fase. La soglia di fatturato sotto cui eliminare la partecipata pubblica si potrebbe abbassare da 1 milione a 500mila euro, come richiesto da Regioni e Comuni, ma solo per la revisione straordinaria che parte a fine giugno, mentre nel triennio successivo l’entrata in vigore delle nuove norme l’asticella tornerebbe a 1 milione di euro, come previsto nella versione ordinaria del decreto Madia. Sarebbe questa l’ipotesi che si fa strada per raggiungere l’intesa tra enti territoriali e governo sul decreto bis della Riforma Madia, correttivo del provvedimento già in vigore dopo la bocciatura della Consulta. Martedì ci sarà un incontro per sciogliere le riserve e giovedì l’intesa dovrebbe essere formalizzata in una Conferenza unificata straordinaria.

Oggi le in house con ricavi sotto un milione di euro sono 1860, stando alle stime della Corte dei Conti. Sotto la scure del governo ci sono anche le quasi 1300 che hanno più amministratori che dipendenti e quqlle con i bilanci in rosso che sono circa 500. Dal taglio sono escluse invece le società che producono servizi di interesse pubblico.

In questo quadro i sindacati lanciano l’allarme occupazione. Secondo Cgil, Cisl e Uil, che domani incontreranno le Regioni, a rischio ci sarebbero 100mila posti di lavoro. Il decreto Madia, nella sua versione rivista, prevede che al personale delle partecipate si applichino le leggi in materia di ammortizzatori sociali per il settore privato: anche questi lavoratori, se in possesso dei requisiti, avranno diritto a cassa integrazione, mobilità, disoccupazione.

Ma questo non basta a tranquillizzare i sindacati. Al di là della questione esuberi, i sindacati vedono anche gravi ostacoli alla stessa applicazione del decreto. “Il testo è difficilmente attuabile per una serie di complicazioni di carattere giuridico – spiega Federico Bozzanca, segretario nazionale Fp Cgil – Per esempio il criterio di salvaguardare le partecipate che producono servizi di interesse generale è così generico che la questione finirà davanti alla Corte dei conti. Infine, manca un governo dei processi di riordino. Come da anni è possibile fare le unioni comunali, ma non si riescono a fare, così sarà difficile attuare il riassetto delle partecipate lasciandolo all’autonomia delle singole amministrazioni. Affidare alla Regioni la governance di questi processi potrebbe essere una soluzione”. Secondo la Cgil “lo slogan di passare da 8mila a mille partecipate rischia di essere pura demagogia. E di portare con sé ricadute occupazionali pesantissime”.

Oltre alla soglia di fatturato, utile a tagliare, altro tema caldo è quello della possibilità delle in house – la richiesta è avanzata dai Comuni – di concorrere anche a gare extraterritoriali, agendo dunque come aziende pure. Si tratterebbe di spa comunali libere di agire come aziende pure.

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