L'EDITORIALE

Il dilemma della rete Tim e OF: a chi conviene essere comprato?

Caduto il muro della separazione della rete è caduto anche quello della possibile collaborazione. Ma nuovo quadro politico e nuove regole Ue cambiano lo scenario competitivo. E Telecom potrebbe trovare conveniente quello sinora giudicato impossibile.

Pubblicato il 23 Lug 2018

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Gli occhi degli investitori sono puntati sul valore di un titolo, quello di Telecom Italia, che ha perso il 30% dopo lo sprint per l’ingresso nel capitale del fondo Elliott ed ora staziona invece attorno a quota 60 centesimi di euro. Una performance insoddisfacente per chi ha investito nella società, tra cui moltissimi piccoli azionisti e azionisti-dipendenti. Ma anche una quotazione di allerta dato che le condizioni di esposizione verso alcune banche possono essere influenzate negativamente dal basso valore del titolo.

Nonostante le rassicurazioni ufficiali, la stabilità del top management appare tuttora incerta. L’amministratore delegato Amos Genish ha appena ristabilito buoni rapporti con la battagliera associazione dei piccoli azionisti Asati, guastati dai tempi di Flavio Cattaneo che ne aveva addirittura querelato in Tribunale il presidente Franco Lombardi.

Genish è anche fresco di un importante chiarimento con il consiglio di amministrazione. Servito sì ad attenuare le tensioni più pesanti fra il manager e alcuni membri cda, ma che non è certo bastato a spazzare via tutte le divergenze emerse in consiglio. Che potrebbero al contrario rianimarsi e trovare sponde robuste all’interno dell’azionariato se si arriverà ad una non improbabile resa dei conti tra i due principali soci Vivendi ed Elliott.

Una più puntuale visione dell’andamento dei conti la si avrà dopo il consiglio di martedì 24 luglio, chiamato ad approvare i numeri del primo semestre. A guardare l’andamento del titolo a Piazza Affari, in giro non ci sono molte previsioni ottimistiche. Un mood confermato dagli ultimi report di importanti società di analisi, Moody’s inclusa.

Le due facce della medaglia

Sul fronte del mobile, la presenza sul mercato di un nuovo protagonista aggressivo come Iliad non ha fatto che inasprire una competizione sui prezzi già dura. Non ci sono numeri ufficiali su quanto Iliad abbia inciso sinora sugli abbonati di Telecom Italia, ma la campagna low cost del nuovo entrante francese non può non lasciare il segno su numero di clienti e arpu di tutti gli operatori mobili, anche di quanti cercano di offrire servizi e qualità della rete oltre che connettività base di voce e dati.

Da Internet arrivano invece segnali positivi per Tim. Dopo anni di declino, la telefonia fissa sta riprendendo fiato, trascinata dalla domanda di banda larga e ultralarga come mostrano gli ultimissimi dati dell’Osservatorio Agcom. Per Telecom è una buona notizia perché arresta il declino delle linee fisse e consente di rivitalizzare i ricavi del network terrestre in un momento in cui la strategia dei servizi digitali, DigitTim come l’ha chiamata Genish, sta ancora prendendo l’abbrivio.

Tuttavia, c’è anche un’altra faccia della medaglia. Sono cresciuti gli spazi dell’Fttc, che sfrutta la rete in rame ed è il cavallo di battaglia di Telecom, ma sta anche incontrando favore crescente da parte degli italiani l’ultrabroadband più performante, basato sulla fibra. E questo non può che impattare negativamente sul valore finanziario della rete in rame di Telecom e sui suoi ricavi nel tempo.

La competizione con Open Fiber

La tecnologia del futuro ormai arrivato è l’ultrabroadband in fibra, terreno nel quale si farà sentire sempre più forte la concorrenza della rete di Open Fiber. Crescono le città dove i servizi wholesale di OF sono messi a disposizione dei concorrenti di Telecom. La recente approvazione del finanziamento Bei da 500 milioni avrà come conseguenza di sbloccare gli oltre 4,5 miliardi di investimenti che la società mista Enel-Cdp impiegherà per portare la fibra nelle aree A e B.

Ciò significa che OF è destinata a diventare un concorrente temibile anche nelle aree più redditizie e appetibili del Paese e non solo nelle zone a fallimento di mercato dove la nuova rete in fibra di proprietà Infratel, ma gestita da Open Fiber, soppianterà via via la vecchia rete in rame di Telecom. E con un mercato che potrebbe essere più dinamico e rapido di quanto sinora previsto, a giudicare dalla crescente voglia di broadband degli italiani emersa dai dati Agcom. E testimoniata anche del successo di aziende che oggi portano il broadband nelle aree periferiche con tecnologie fixed wireless.

Se Telecom vorrà veramente mantenere la rete in fibra sotto il suo controllo anche a costo di entrare in competizione con quella di Open Fiber dovrà mettere in conto una bella mole di investimenti e stringere i tempi di posa per mantenersi i clienti migliori. A meno di non arrivare ad una entente cordiale con Open Fiber per la spartizione delle aree di intervento, almeno nei primi tempi. Antitrust (e OF) permettendo.

Il quadro regolatorio europeo e italiano

A rendere la partita competitiva più complessa per Telecom è un quadro regolatorio europeo che si sta orientando in direzione di favorire gli operatori che offrono in maniera neutra servizi di wholesale come Open Fiber, appunto. A discapito degli operatori verticalmente integrati come Telecom Italia. La stessa Agcom ha di recente approvato un provvedimento per cui possono essere chiamate “fibra” solo le offerte che hanno la qualità dell’ultrabroadband ottico e non il misto rame-fibra. Un chiaro handicap commerciale per Tim. E non ha caso proprio in casa di Open Fiber a Roma è stata di recente battezzata la prima alleanza europea tra le società che offrono servizi wholesale only e open access.

Gli sforzi per il 5G

Telecom è chiamata poi ad investire nell’ultrabroadband fisso, ma nel contempo anche nel mobile. Le aste per il 5G si avvicinano ed il governo, almeno sinora, non ha manifestato l’intenzione di cambiare calendario né di rinunciare ai 2,5 miliardi di incassi previsti dalla legge di bilancio 2018. Una volta assicuratasi e pagate le frequenze per il 5G, Tim dovrà però investire anche per realizzare la nuova rete, con la posa di decine di migliaia di antenne e la sperimentazione di servizi per mercati innovativi che vanno ben oltre la telefonia tradizionale. “Large programme”, direbbe De Gaulle.

Le politiche del governo

Sullo sfondo non si è dissolta l’incertezza sulle politiche che il governo attuerà nel settore delle telecomunicazioni. Il ministro dell’Industria Luigi Di Maio ha detto di volere tenere “acceso un faro” su Telecom. Vedremo quale sarà la potenza di quella luce e in che direzione si orienterà. Per i 5 Stelle la pubblicizzazione della rete telefonica è stata un mantra per anni, addirittura prima dell’esistenza stessa del MoVimento quando Grillo faceva i suoi show all’assemblea della Stet. Che si spinga ancora in questa direzione è più che probabile anche se in tal senso la liuce del faro è diventata assai tenue. In ogni caso, con Cdp presente anche nel capitale di Telecom oltre che in quello di Open Fiber le carte per premere non mancano.

Una strada ardua

La strada di Genish appare molto ardua. E non solo per le strategie e gli interessi divergenti dei suoi due azionisti principali, difficili da mediare. Si fanno sentire la stretta di un mercato tradizionale delle tlc sempre meno redditizio e sempre più piccolo, la necessità di ingenti investimenti dai ritorni incerti sul fisso e sul mobile, l’obbligo di trovare nuove fonti di ricavo nei servizi ultrabroadband, una regolazione europea e nazionale che favorisce i concorrenti wholesale, un governo che potrebbe presto spingere per la nazionalizzazione della rete ultrabroadband.

La caduta del muro della rete

“Nessun esproprio”, hanno ripetuto più volte gli uomini di Telecom. Ed è in effetti impensabile che la rete di Tim possa diventare pubblica manu militari. Però negli ultimi mesi il quadro è evoluto. Tim ha annunciato di volere societarizzare la propria rete in una newco separata dalla società che gestisce i servizi commerciali. I contorni non sono ancora ben definiti e molte delle convenienze sperate dipenderanno anche dai paletti organizzativi, gestionali e commerciali che Agcom porrà. Ma per la prima volta dopo anni che se ne parlava è caduto un tabù, quello dell’unicità inestricabile tra rete e servizi. Anche se non esistono molti esempi simili nel mondo.

OF e Tim: a chi conviene essere comprato?

La possibilità di una collaborazione con Open Fiber è l’altro tabù caduto. Al punto che si arriva ad ipotizzare addirittura una fusione fra le due aziende. Niente di concreto, ma in entrambe le società girano analisi e modelli in tal senso. Anche qui nessun tabù. Il vero tema è chi compra chi. Telecom mangerà Open Fiber o viceversa? Per ora, nessuno vuole fare da pasto per l’altro, sia pur volontariamente.

Ma non è solo questione di protagonismo aziendale. Con il pallino in mano a Telecom, ci sarà sul mercato un operatore verticalmente integrato, anche se con la rete collocata in una società separata. Con tutti i conseguenti problemi regolatori e antitrust che graveranno su tale società in uno scenario che, come si è detto, premia gli operatori wholesale only. Vincolii, del resto, che potrebbero essere addirittura più rilevanti se Telecom decidesse di procedere da sola.

Viceversa, in caso che l’acquirente fosse OF, la principale rete ottica italiana finirebbe inglobata in una società wholesale only, favorita dalle normative Ue. E per di più a controllo pubblico che è quello che chiedono i 5 Stelle ma anche molte altre forze politiche, di maggioranza e di minoranza. Negli ultimi mesi le carte di Open Fiber per resistere alle profferte di Telecom si sono decisamente rafforzate.

Fra regole Ue, investimenti da fare, pressioni politiche in prevedibile arrivo, conti e quotazioni di Borsa non brillanti non è escluso che in Tim si cominci anche a ragionare se non sia più conveniente arrivare ad una perdita del controllo proprietario andando oltre la mera separazione societaria della rete.

Il fattore tempo

Decisioni in tal senso non ce ne sono, né sono alle viste. Ma alla fine potrebbero risultare ineluttabili. Il tempo non gioca certo a favore di Telecom. In passato la politica del rinvio ha finanziariamente suo modo pagato anche se a scapito degli investimenti innovativi. I tempi sono però cambiati. Sarebbe un errore prendere sotto gamba un concorrente come Open Fiber. Anche perché, a parte qualche città, non è affatto detto che il modello delle due reti ottiche in concorrenza (con una delle due favorita dalla regolazione) possa risultare win win per entrambi i contendenti.

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