MERCATO

Mercati tech senza pace, trade war e web tax zavorrano i titoli

Nuovi segnali di allarme per l’imminenza di misure regolatorie e per il deteriorarsi del quadro macroeconomico. Nessuna ripresa in vista per le azioni di grandi gruppi americani. Male anche i cinesi dopo il pressing di Washington su Huawei

Pubblicato il 23 Nov 2018

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La settimana della Borsa si chiude ancora con un campanello d’allarme sui titoli tecnologici con il quintetto dei Faang – Facebook, Amazon, Apple, Netflix, Google – ormai scambiati stabilmente a un valore che è circa il 20% sotto il massimo toccato un anno fa. La Mela si è allontanata dal record toccato ad agosto, quando è divenuta la prima trillion dollar company a Wall Street. Un trilione è anche il valore di mercato complessivamente perso dai cinque colossi Usa nelle ultime settimane; in calo l’intero Nasdaq composite e il Dow Jones S&P 500.

Tra i fattori che pesano sull’andamento negativo dei listini americani ci sono l’aumento dei tassi di interesse, il rallentamento della crescita economica globale (l’Ocse ha ridotto le stime sulla crescita del Pil mondiale nel 2019 a 3,5% dal precedente 3,7%) e le tensioni Usa-Cina sugli scambi commerciali.

La prossima settimana sono previsti nuovi colloqui tra il presidente americano Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping, che si incontreranno al G-20 in Argentina, ma la sfiducia del mercati su un allentamento delle tensioni è evidente: anche i titoli cinesi sono in calo nella giornata di venerdì e quelli delle imprese tecnologiche soffrono più degli altri per il pressing che Washington sta esercitando contro Huawei. Secondo il Wall Street Journal, infatti, l’amministrazione Trump, con l’obiettivo di tutelare la sicurezza nazionale, ha iniziato una campagna di pressioni nei confronti dei paesi alleati (Italia compresa) perché boicottino i prodotti Tlc offerti da dal gruppo cinese. Lo Shanghai composite ha perso oggi il 2,5%, lo Shenzhen composite lascia il 3,6%.

La trade war pesa anche sull’andamento negativo dei titoli tecnologici americani. I dazi su prodotti tecnologici chiave come i semiconduttori hanno messo gli investitori in allarme: le imprese saranno costrette a investire per preservare la supply chain globale. Il dipartimento del Tesoro Usa vorrebbe inoltre restringere le esportazioni americane in settori strategici come intelligenza artificiale e robotica, come riportato da Cbs News: un altro motivo di preoccupazione per gli analisti.

Il timore di un intervento regolatorio pesante sui gruppi tecnologici è un ulteriore elemento da considerare per capire perché i Faang stiano scivolando in zona “orso”, osserva Gregory Daco, chief U.S. economist di Oxford Economics. I governi vogliono poter controllare più da vicino aziende con forte impatto sul mondo consumer, preoccupati da fenomeni come fake news e violazioni di sicurezza. “Otto parlamenti fuori dagli Usa, tra cui quelli di Uk, Canada e Australia, hanno chiesto ai rappresentanti di Facebook di presentarsi a rispondere alle loro domande sull’impatto negativo sulle democrazie”, ha scritto l’analista Jason Helfstein di Oppenheimer.

A parte i singoli elementi di preoccupazione, è il quadro macroeconomico ad essersi modificato, osserva il Financial Times. I costi del lavoro sono in aumento, i governi si preparano a tassare di più le aziende del digitale e la reputazione delle tech companies si è deteriorata. “Stiamo vivendo un profondo cambiamento strutturale nella natura del sistema monetario globale“, afferma Russell Napier della società di ricerche Eric. “Le riserve mondiali non crescono e la Federal Reserve americana sta attivamente distruggendo le riserve della banche in dollari”. Fine dell’espansione monetaria: questo vuol dire che gli investitori riflettono molto bene prima di comprare le azioni di un’azienda, perché vogliono assicurarsi di comprare qualcosa che vale e il cui valore resti nel tempo. Non a caso dopo la pubblicazione dell’ultima trimestrale il titolo Apple ha continuato a scendere: Cupertino stima vendite natalizie sottotono e non intende più comunicare i dati di vendita divisi per tipologia di device. Nel mutato quadro macroeconomico gli investitori chiedono di più.

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