IL REPORT

L’Italia non è un Paese per startup: mancano fondi dedicati

Il nostro Paese occupa il 22esimo posto nella classifica dell’Imperial College Business School che valuta i 28 membri dell’Unione. A frenare lo sviluppo l’assenza di un sistema di finanziamento ad hoc e una cultura dell’innovazione

Pubblicato il 02 Apr 2019

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L’Italia non è un Paese per innovatori digitali, specie se paragonato ad altri mercati europei. Non è solo un sentire comune, ma anche un’evidenza che emerge da tutti gli studi che provano a misurare le condizioni che contraddistinguono i vari scenari. Secondo l’ultimo report pubblicato, l’indice Eides (European Index of Digital Entrepreneurship Systems) stilato dall’Imperial College Business School, l’Italia occupa il 22esimo posto nella classifica che valuta i 28 membri dell’Unione sotto il profilo delle opportunità riservate alle startup. Al primo posto c’è la Danimarca, che con un punteggio assegnato di 80,7 guida il gruppo dei Paesi leader formato da Svezia, Lussemburgo e Finlandia. Il secondo gruppo, quello dei follower, contempla Paesi come Germania, Regno Unito (che sconta la situazione di incertezza dovuta alla Brexit), Olanda, Irlanda, Belgio, Austria, Malta, Estonia, Francia. Ci sono poi i catcher up (Spagna, Repubblica ceca, Slovenia, Portogallo e Cipro) e infine i laggard (ritardatari, prevalentemente Paesi dell’Est), tra cui figura anche l’Italia, che totalizza un punteggio di 32,6.

Sono otto i pillar che lo studio tiene in considerazione: cultura e istituzioni informali; istituzioni formali, legislazione e tassazione; condizioni del mercato; infrastrutture fisiche; capitale umano; creazione di conoscenza e disseminazione; finanza; networking e supporto. Rispetto a questi parametri, l’Italia è praticamente in linea con la media del suo gruppo di riferimento, i laggard, con un guizzo per quanto riguarda il punteggio ottenuto nell’ambito del networking. D’altra parte, il suo punto debole è la mancanza di cultura dell’innovazione e di strutture di sostegno non governative. Il framework di ciascun Paese è stato valutato tenendo conto di tre diversi livelli di sviluppo imprenditoriale: stand-up, start-up e scale-up. Se il primo ha a che fare con l’attitudine personale a fare impresa, il secondo descrive la capacità di tradurre l’intenzione in attività economica e il terzo la capacità di trasformare un modello di business innovativo in un’organizzazione ad alto potenziale. Secondo il report Eides, rispetto al contesto europeo l’Italia ha difficoltà su tutti e tre i fronti: i punteggi raggiunti la piazzano rispettivamente al 21esimo, al 24esimo e al 19esimo posto.

Lo studio segnala anche gli ambiti di intervento agendo sui quali l’Italia potrebbe guadagnare un incremento del 10% nello score assegnato dall’indice: in particolare, investendo il 21% di risorse aggiuntive nella finanza dedicata alle startup, nel capitale umano e nelle istituzioni informali, oltre al 16% di risorse in più nel pillar della legislazione e della tassazione, il nostro Paese avrebbe la facoltà di migliorare sensibilmente il proprio posizionamento, e quindi anche la sua capacità di attrarre capitali e idee.

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