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Web tax, ecco la proposta Ocse: tasse dove si generano profitti

Gli Stati potranno tassare le big tech anche se hanno sede fiscale in altre giurisdizioni. E i profitti trasferiti all’estero andranno in parte riallocati sui mercati dove si svolge l’attività. Ma per definire i dettagli serve l’appoggio del G20

Pubblicato il 09 Ott 2019

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L’aggiornamento della tassazione globale sui grandi gruppi del digitale è più vicina: i paesi dell’Ocse hanno messo nero su bianco una prima proposta di web tax dopo mesi di negoziati tra i 130 paesi e territori rappresentati dall’organizzazione con sede a Parigi. La vera rivoluzione è l’accettazione del principio secondo cui gli stati hanno il diritto di tassare una quota degli utili globali di multinazionali con alti ritorni anche se tali utili sono registrati in altre giurisdizioni. E anche se in quello stato non hanno alcuna sede fisica. L’obiettivo è far pagare ai giganti del web come Google e Amazon, ma anche ai grandi marchi e gruppi del lusso, una quota di tasse in linea con gli ingenti guadagni, senza più lo scudo di accordi con singoli stati e trasferimenti di asset e utili in filiali appositamente registrate in giurisdizioni dove il regime fiscale è estremamente agevolato.

Che cosa propone l’Ocse

L’Ocse propone di dare ai paesi due nuovi tipi di diritto di imporre una tassazione sulle aziende. Il primo riguarda le aziende del digitale e che si rivolgono direttamente ai consumatori – quindi colossi come Google, Facebook, Amazon, Apple: i singoli stati potranno tassare una quota degli utili globali di queste multinazionali. Anche se tali utili vengono oggi trasferiti in sedi esterne a quello stato, l’Ocse propone di riallocarne una parte. La base per uno stato per calcolare l’aliquota resta il fatturato generato dalla data azienda nel suo territorio.

Come ha sottolineato il segretario generale dell’Ocse Angel Gurria, occorre “assicurare che i grandi e redditizi gruppi multinazionali, incluse le società digitali, paghino le tasse dovunque abbiano significativi legami diretti con i consumatori e generino i loro profitti”.

In pratica, da un lato sarà il volume del fatturato a determinare il diritto di imposizione, dall’altro la proposta di riallocazione degli utili nei paesi in cui vengono realizzate le vendite prevede un sistema fondato sugli utili residuali del gruppo, anche se l’Ocse non ha definito la formula per il calcolo del residual profit.

La seconda tipologia di tassazione è per le economie emergenti dove le multinazionali vendono i loro prodotti e servizi ma spesso non hanno alcuna presenza fisica: è perciò prevista la possibilità di tassare le attività di distribuzione dei prodotti, assumendo una quota minima di guadagno realizzato sul dato mercato. Anche qui non ci sono dettagli e parametri: l’Ocse dovrà lavorare su quali siano la soglia di fatturato o dimensioni della multinazionale che fanno scattare la tassazione.

Separatamente, l’Ocse intende avanzare una proposta su un’aliquota minima di corporate tax sotto la quale non è possibile scendere.

Una soluzione globale

La proposta dell’Ocse – sottolinea il Financial Times – è stata presentata come vincente per grandi mercati come Usa, Cina, Uk, Germania, Francia, Italia ma anche per le economie emergenti. A perderci saranno invece paesi più piccoli, come Irlanda e Lussemburgo, che hanno fatto leva sulle agevolazioni fiscali per le multinazionali per alimentare la crescita economica e occupazionale.

L’Ocse ha detto che con la nuova proposta di tassazione per le grandi imprese si creerà un nuovo sistema internazionale di corporate tax stabile e che garantisce agli stati una “equa assegnazione del diritto di tassare in un mondo sempre più globalizzato”.

Va sottolineato che gli interessi di grandi mercati come Usa e Ue non sono esattamente allineati. Per l’Europa è fondamentale riuscire a tassare i guadagni dei colossi del digitale, come Google. L’amministrazione Trump non ha mai gradito, però, le iniziative fiscali dell’Europa, che spesso colpiscono le grandi aziende americane. D’altro canto gli Usa cercano un modo per tassare marchi del lusso (come il brand Lvmh), che sono invece in gran parte europei e, in particolare, francesi e italiani.

La speranza dell’Ocse è tuttavia di riuscire a trovare un compromesso soddisfacente e che gli stati con maggior peso economico e politico riescano a convincere quelli svantaggiati dalla web tax ad accettare il nuovo impianto normativo. L’obiettivo principale è evitare che ogni stato faccia per sé, come minacciato da Francia e Uk (ma anche dalla Commissione europea), perché, sottolinea l’Ocse, questo esaspererebbe le tensioni commerciali internazionali in un periodo già complicato a causa della trade war Usa-Cina.

Alla prova del G20

La prova del nove dovrà arrivare dal G20. Il primo segnale è atteso la prossima settimana, quando è in programma a Washington un incontro dei ministri delle Finanze delle 20 potenze mondiali più i rappresentanti delle banche centrali, per giungere poi – secondo le intenzioni dell’Ocse – a un accordo di principio col G20 di gennaio 2020 che darà il via alla stesura di un piano più dettagliato sulla web tax globale e la tassazione delle multinazionali.

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