FISCO

Webtax, l’accordo Ocse slitta a metà 2021

La pandemia da Covid-19 rende l’obiettivo di una soluzione internazionale ancora più urgente ma resta il nodo Usa. Gurría: “Senza una decisione multilaterale si rischia una guerra commerciale”

Pubblicato il 12 Ott 2020

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Non più fine 2020, ma metà 2021. Slitta così, di almeno sei mesi, l’obiettivo di raggiungere in sede Ocse una soluzione internazionale condivisa sulla webtax. E’ la conseguenza da un lato del rallentamento causato dall’emergenza sanitaria Covid-19, dall’altro delle divergenze politiche emerse nel corso del negoziato, che coinvolge ben 137 Paesi.

“Consistenti” i progressi fatti, ma ciò che manca è un’intesa conclusiva

Secondo un corposo rapporto di aggiornamento (circa 750 pagine) pubblicato dall’Ocse in vista della prossima riunione dei ministri delle Finanze e dei Governatori delle Banche centrali del G20 che si terrà il 14 ottobre, sulla trattativa multilaterale per una riforma della fiscalità internazionale che risponda alle sfide della digitalizzazione dell’economia sono stati fatti “consistenti progressi”, ma ciò che manca è un accordo finale. Il report spiega, nel dettaglio, che “sono state identificate le questioni politiche e tecniche su cui restano da colmare le divergenze di opinione” e indica i prossimi passi da fare.

Sulla webtax si continuerà quindi a negoziare. La comunità internazionale ha infatti “concordato di continuare a lavorare per un’intesa entro la metà del 2021” e ha intanto approvato il nuovo schema (Blueprint) del progetto di tassazione affinché sia sottoposto alla consultazione pubblica. Ci si immagina che entri in vigore una proroga del mandato da parte del G20 per far continuare le discussioni l’anno prossimo, quando tra l’altro sarà l’Italia ad assumere la presidenza del G20, ora nelle mani dell’Arabia Saudita.

Obiettivo: contrastare il trasferimento di utili verso Paesi a fiscalità agevolata

La riforma della fiscalità internazionale sui colossi del mondo digitale è parte integrante del progetto Beps (Base erosion and profit shifting), finalizzato a garantire che il pagamento delle tasse avvenga nel luogo in cui avvengono effettivamente le attività economiche: un metodo per contrastare il trasferimento degli utili societari verso Paesi con una fiscalità agevolata, o addirittura inesistente, a danno della base imponibile in molti Paesi in cui grandi conglomerati globali operano attraverso controllate.
Con questa revisione fiscale, in particolare, ci si pone l’obiettivo di definire quanto, dove e come tassare i giganti del web. Una necessità resa ancor più stringente – come fa presente il rapporto Ocse – dalla pandemia Covid 19 e sulla quale resta il nodo della posizione degli Usa, anche se sono svariati i Paesi che avrebbero sollevato questioni di stampo politico.

“Senza un punto di incontro, economia globale in estrema sofferenza”

L’importanza di trovare un accordo multilaterale sul tema è, in ogni caso, ormai appurata. L’assenza di una soluzione basata sul consenso potrebbe infatti portare a una proliferazione di tasse unilaterali sui servizi digitali e a un aumento delle controversie fiscali e commerciali dannose, che minerebbero la certezza fiscale e gli investimenti, ha affermato l’Ocse. Nello scenario peggiore – una guerra commerciale globale innescata da tasse unilaterali sui servizi digitali in tutto il mondo – il mancato raggiungimento di un accordo potrebbe ridurre il PIL globale di oltre l’1% all’anno.
“È chiaro che sono urgentemente necessarie nuove regole per garantire l’equità e l’equità nei nostri sistemi fiscali e per adattare l’architettura fiscale internazionale a modelli di business nuovi e mutevoli – ha affermato il Segretario generale dell’Ocse Angel Gurría -. Senza una soluzione globale basata sul consenso, il rischio di ulteriori misure unilaterali non coordinate è reale e cresce di giorno in giorno È imperativo portare questo lavoro al traguardo. Il fallimento rischierebbe che le guerre fiscali si trasformino in guerre commerciali in un momento in cui l’economia globale sta già soffrendo enormemente”.

Da una digital tax condivisa incremento di introiti tra i 60 e i 100 miliardi di dollari l’anno

Secondo il rapporto Ocse, l’introduzione di una digital tax su basi condivise a livello mondiale potrebbe aumentare complessivamente gli introiti dall’imposta societaria globale tra 60 e 100 miliardi di dollari l’anno, pari a circa il 4% dell’importo totale di tale tassazione.

Gli introiti aggiuntivi verrebbero essenzialmente dal secondo Pilastro della riforma proposta in sede Ocse, che prevede l’introduzione di un livello minimo di tassazione sulle corporation digitali nel mondo e quindi riduce gli incentivi a traslocare verso Paesi a bassa tassazione. Altri 100 miliardi di dollari verrebbero poi ridistribuiti in base al primo Pilastro della riforma, che prevede nuove regole di ripartizione degli utili di una multinazionale tra diversi Paesi in base al collegamento tra la ‘presenza economica’ (anche se non fisica) di una corporation in un Paese e il diritto del Paese a tassarne i profitti. Lo spostamento andrebbe a vantaggio di Paesi sia ad alto che medio o basso reddito, a discapito degli “investment hubs”, ma ne risulterebbe un aumento netto solo modesto dei ricavi globali da tassazione. Nell’insieme l’impatto sui costi di investimenti delle multinazionali sarebbe relativamente piccolo e l’effetto globale dall’aumento della tassazione sul Pil mondiale e’ stimato a meno dello 0,1% sul lungo termine.

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