L'EMERGENZA

Smart working e didattica a distanza, ecco cosa cambia con il nuovo Dpcm

“Percentuali più elevate possibile” di lavoro agile nella PA da regolare con decreto del ministro competente e “forte raccomandazione” per il settore privato. Scuola da remoto al 100% negli istituti secondari di secondo grado

Pubblicato il 04 Nov 2020

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Il governo rilancia su smart working e didattica a distanza per affrontare la pandemia.

Sul fronte del lavoro agile il Dpcm firmato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte stabilisce misure omologhe su tutto il territorio nazionale ovvero in tutte a tre le aree (rosse, arancioni e verdi)  reintroducendo per tutti i casi in cui sia possibile lo smart working sia nella Pubblica amministrazione che nel settore privato – in questo caso il provvedimento parla di “forte raccomandazione” – con l’aggiunta di ingressi differenziati del personale.

In particolare le pubbliche amministrazioni, salvo il personale sanitario e chi è impegnato nell’emergenza, dovranno assicurare “le percentuali più elevate possibili di lavoro agile, compatibili con le potenzialità organizzative e con la qualità e l’effettività del servizio erogato” e “con le modalità stabilite da uno o più decreti del Ministro della Pubblica amministrazione”. Sarà compito di ciascun dirigente garantire il massimo livello di smart working.

I numeri sulla diffusione dello smart working in Italia

Durante la fase più acuta dell’emergenza coronavirus lo Smart Working ha coinvolto il 97% delle grandi imprese, il 94% delle pubbliche amministrazioni italiane e il 58% delle Pmi, per un totale di 6,58 milioni di lavoratori agili, circa un terzo dei lavoratori dipendenti italiani, oltre dieci volte più dei 570 mila censiti nel 2019. Lo rileva l’ultimo report dell’Osservatorio Smart working del Politecnico di Milano secondo cui il maggior numero di smart worker lavora nelle grandi imprese, 2,11 milioni, 1,13 milioni nelle Pmi, 1,5 milioni nelle microimprese sotto i dieci addetti e infine 1,85 milioni di lavoratori agili nelle PA.

A settembre 2020, tra rientri consigliati e obbligatori, difficoltà e incertezze nell’apertura delle sedi di lavoro, gli smart worker sono scesi a 5,06 milioni, suddivisi in 1,67 milioni nelle grandi imprese, 890 mila nelle Pmi, 1,18 milioni nelle microimprese, 1,32 milioni nella Pa: in media i lavoratori nelle grandi aziende private hanno lavorato da remoto per la metà del loro tempo lavorativo (circa 2,7 giorni a settimana), nel pubblico 1,2 giorni a settimana.

La pandemia ha dunque dato un importante slancio alla diffusione del lavoro agile, ma non senza risvolti negativi. L’Unione nazionale consumatori (Unc) lancia l’allarme sulle  speculazioni che gravano sui lavoratori in smart working e sugli studenti costretti alla didattica a distanza. Sulla base delle statistiche Istat, Unc ha stilato la classifica dei prodotti soggetti agli aumenti più consistenti, computer portatili palmari, tablet, computer desktop (Apparecchi per il trattamento dell’informazione) subiscono un balzo annuo del 12,4% (+1,3% su settembre) collocandosi al 3° posto della classifica.

Altri apparecchi per la ricezione, registrazione e riproduzione di suoni e immagini, come le cuffie con microfono, indispensabili per webinar, webmeeting e per seguire le lezioni di casa, sono al 4° posto con +10,2% e salgono del 4,4% in un solo mese, piazzandosi al 6° posto della top ten mensile. Monitor e stampanti (Accessori per apparecchi per il trattamento dell’informazione) sono al 6° posto, registrando un rincaro del 9,8% rispetto ad ottobre 2019.

La didattica a distanza, le nuove misure

In tutto il Paese la didattica a distanza è prevista al 100% nelle scuole secondarie di secondo grado. L’attività didattica per il primo ciclo di istruzione e per i servizi educativi per l’infanzia continua a svolgersi in presenza con uso obbligatorio di mascherine, salvo che per i bambini al di sotto si sei anni o soggetti con patologie incompatibili con l’uso di dispositivi di protezione.

Il ministero dell’Istruzione, nelle sue articolazioni centrali e territoriali, accompagnerà le istituzioni scolastiche nell’attuazione delle nuove disposizioni. È prevista l’emanazione di un’apposita nota esplicativa.

Le riunioni degli organi collegiali potranno svolgersi solo a distanza. Il loro rinnovo, previsto in questo periodo, avverrà anch’esso a distanza, nel rispetto dei principi di segretezza e libertà nella partecipazione alle elezioni. E ancora,restano sospesi i viaggi d’istruzione, le iniziative di scambio o gemellaggio, le visite guidate e le uscite didattiche, fatte salve le attività inerenti i percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento (Pcto).

Nelle aree che dovessero essere caratterizzate da scenari di ”elevata gravità e da un livello di rischio alto”, che saranno individuate con ordinanza del Ministro della Salute, per la scuola varranno le stesse misure previste a livello nazionale. Il Dpcm prevede misure più restrittive per la scuola nelle aree che dovessero, invece, essere caratterizzate da uno scenario di ”massima gravità e da un livello di rischio alto”.

Queste aree dovranno sempre essere individuate con apposita ordinanza del Ministro della Salute. Per la didattica, in caso di misure, più restrittive: Resteranno in presenza la scuola dell’infanzia, i servizi educativi per l’infanzia, la primaria e il primo anno della scuola secondaria di primo grado. Le attività didattiche in tutti gli altri casi si svolgeranno esclusivamente con modalità a distanza. Resta comunque salva la possibilità di svolgere attività in presenza qualora sia necessario l’uso di laboratori o per garantire l’effettiva inclusione scolastica degli alunni con disabilità e in generale con bisogni educativi speciali.Le disposizioni del Decreto si applicano dalla data del 5 novembre 2020, in sostituzione di quelle del Dpcm del 24 ottobre 2020, e sono efficaci fino al 3 dicembre 2020.

Ma così come è successo nei mesi del lockdown la didattica a distanza, il rischio fallimento – e questo significa ragazzi che restano indietro nei percorsi di formazione – è alto. A certificarlo i dati Uecoop (rielaborati si rilevazioni Istat ) secondo cui scuola a distanza e didattica online sono una chimera per 1 famiglia su 4 (25,3%): il 25,4% delle famiglie italiane non dispone di un accesso Internet a banda larga in grado di supportare senza problemi massicci flussi di dati e i collegamenti audio video necessari alle lezioni telematiche.

Una situazione che colpisce di più le regioni del sud, dalla Sicilia alla Calabria, dalla Basilicata al Molise fino alla Puglia dove in media 1 casa su 3 non dispone di un collegamento on line in grado di supportare grandi flussi di dati.

Sul fronte infrastrutturale uno strumento per superare il gap potrebe arrivare dai voucher banda ultralarga che il governo ha messo in campo per sostenere le famiglie in maggiori difficoltà economiche mentre su quello della dotazione informatica, il decreto ristori stanzia 85 milioni. Le risorse serviranno ad acquistare nuovi 200mila dispositivi e oltre 100mila strumenti per la connessione.

La misura è contenuta nell’articolo 30 del provvedimento in cui si spiega che le risorse sono destinate “all’acquisto di dispositivi e strumenti digitali individuali per la fruizione delle attività di didattica digitale integrata, da concedere in comodato d’uso alle studentesse e agli studenti meno abbienti, anche nel rispetto dei criteri di accessibilità per le persone con disabilità, nonché per l’utilizzo delle piattaforme digitali per l’apprendimento a distanza e per la necessaria connettività di rete”.

Il  Ministro dell’istruzione, con apposito decreto, ripartirà i fondi tenendo conto del fabbisogno rispetto al numero di studenti di ciascuna scuola e del contesto socioeconomico delle famiglie.

Le istituzioni scolastiche dovranno provvedere agli acquisti facendo ricorso alle convezioni quadro Consip.

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