STRATEGIE

Rischio “spezzatino” per Intel: azionisti in pressing per lo scorporo del manufacturing

L’hedge fund attivista Third Point chiede al chipmaker di agire con urgenza per snellire la struttura aziendale, liberandosi delle fabbriche per recuperare competitività. E il titolo balza del 6%

Pubblicato il 30 Dic 2020

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Nel futuro di Intel potrebbe esserci una nuova struttura aziendale più snella e focalizzata sul design e non sulla produzione dei chip. Lo fa presagire il pressing degli investitori, in particolare quello dell’hedge fund attivista Third Point, che ha chiesto all’azienda californiana di cercare velocemente delle “alternative strategiche”. In particolare, il fondo chiede di valutare la vendita dell’attività di manufacturing per concentrarsi solo sullo sviluppo e la progettazione dei chip. Il fondo ha consigliato di assumere un consulente strategico e di considerare eventualmente, per l’attività di manufacturing, una joint venture dedicata.

Gli investitori da tempo chiedono a Intel di liberarsi delle fabbriche con cui produce i suoi chip in-house, che pesano sui costi e rallentano la capacità dell’azienda di rispondere alle evoluzioni del mercato e alle innovazioni dei concorrenti sulla tecnologia dei chip a 10 nanometri.

Il pressing di Third Point, che secondo le stime di Reuters possiede azioni di Intel per un valore di 1 miliardo di dollari, potrebbe portare anche al disvestimento di alcune delle acquisizioni messe a segno dal chipmaker, tra cui quella di Altera, produttore di chip programmabili comprato nel 2015 per 16,7 miliardi di dollari.

“Intel non riesce a trattenere i talenti”

Nella lettera visionata da Reuters il chief executive di Third Point, Daniel Loeb, ha chiesto al presidente di Intel, Omar Ishrak,  di agire immediatamente per migliorare il posizionamento dell’azienda come fornitore di chip per Pc e data center. La notizia del pressing dell’hedge fund ha fatto schizzare del 6% le azioni di Intel a 49,95 dollari, il maggior rialzo da otto mesi, che ha portato il valore di mercato del chipmaker a oltre 200 miliardi di dollari. Nel corso del 2020 il titolo Intel ha perso circa il 21% del valore, contro un incremento del 43% del Nasdaq Composite Index.

I competitor sono sempre più forti

Gli investitori si preoccupano e chiedono radicali cambiamenti organizzativi. Per Loeb il compito più urgente di Intel è affrontare “il problema della gestione del capitale umano”, perché molti dei suoi chip designer di maggior talento hanno lasciato l’azienda. Questo non può che peggiorare la perdita di competitività rispetto a chipmaker attualmente meglio posizionati, come Taiwan Semiconductor manufacturing e Samsung, ha scritto Loeb.

Intel, ha proseguito il ceo di Third Point, sta perdendo quote di mercato anche nei suoi tradizionali segmenti dei processori per Pc e data center a vantaggio di Amd. Inoltre, Nvidia domina sul terreno dei modelli computazionali usati per applicazioni di intelligenza artificiale, mentre Intel è poco presente in questo mercato, agli albori ma molto promettente.

Gli Usa non vogliono dipendere dall’Asia

“Senza immediati cambiamenti in Intel, temiamo che l’accesso dell’America a un’offerta di semiconduttori all’avanguardia sarà ridotta, costringendo gli Usa a dipendere sempre più di più dalle forniture di una regione geopoliticamente instabile come l’Asia orientale per alimentare qualunque macchina, dai Pc ai data center alle infrastrutture critiche”, si legge nella lettera di Loeb.
I clienti di Intel, come Apple, Microsoft e Amazon.com stanno sviluppando le loro soluzioni in silicio in-house e poi mandano i progetti in Asia orientale per la fase di produzione. Loeb suggerisce a Intel di offrire nuove soluzioni per trattenere questi clienti invece di lasciare che mandino i loro chip in-house verso fabbriche di produttori asiatici.

La sfida di vendere le fabbriche

Il fatto che Intel produca i suoi chip in-house rende le fabbriche tarate per il design di Intel e meno flessibili per la produzione di chip personalizzati progettati da terzi. Scorporando il manufacturing, secondo Third Point, Intel potrebbe produrre chip più avanzati a costi inferiori perché li farebbe realizzare da fabbriche a contratto. Ma vendere le fabbriche Intel, proprio perché tarate sui suoi design, potrebbe non essere facile. Inoltre, gli Stati Uniti potrebbero porre un veto alla produzione dei chip Intel in Asia perché i processori sono una tecnologia di rilevanza strategica.

“Intel è sempre aperta al contributo di tutto gli investitori riguardo a come aumentare il valore per gli azionisti. Per questo siamo pronti a interfacciarci con Third Point per discutere le loro idee su come lavorare su questo obiettivo”, ha replicato in una nota Intel.

Loeb però ha avvisato: Third Point si riserva l’opzione di presentare i suoi candidati all’elezione del Cda di Intel alla prossima riunione annuale del board se dovesse percepire “una riluttanza a collaborare con noi per risolvere le problematiche evidenziate”.

Intel ha già intrapreso un cambiamento

Nell’ultima trimestrale Intel ha tuttavia sottolineato che il suo stabilimento in Arizona in cui si producono chip a 10 nanometri ha raggiunto la piena capacità di produzione e che ora prevede di distribuire il 30% di volume in più rispetto alle aspettative di gennaio.

Di conseguenza, nonostante i risultati deludenti degli scorsi tre mesi (che risentono anche degli effetti della pandemia), Intel dichiara di aspettarsi a fine anno un fatturato di 75,3 miliardi di dollari (+5% sul 2019). Le performance sugli utili non saranno ancora ottimali proprio per la quota maggiore di produzione di chipset di nuova generazione, più costosa rispetto a quella dei processori a 14 nanometri.

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