L'EDITORIALE

Tim, soap opera che ha stancato. Un manager non fa primavera

Avvicendamenti continui come se fossero gli amministratori delegati a poter risolvere l’ingarbugliata (a dir poco) situazione. Sono gli azionisti a non avere le idee chiare, per non parlare della visione corta della politica. E così si sviliscono le competenze straordinarie e le risorse dell’unica azienda in grado di traghettare l’Italia nell’era della Giga economy

Pubblicato il 27 Nov 2021

tim

Morto un Papa se ne fa un altro. È questa ormai la tiritera. Quattro avvicendamenti in meno di sei anni, manager portati in palmo di mano come fossero deus ex machina e poi bistrattati per non aver portato risultati a casa. È una soap opera che ha stancato quella di Tim. Si guarda al dito e non alla Luna, ai manager e non ai piani, alle strategie, al futuro. Si continua a tirare fuori la vecchia storia della privatizzazione del 1997, come se nel frattempo non fossero passati più di 20 anni, non fosse cambiato lo scenario. Un peccato originale che suona di eterna condanna. E i politici che si fanno belli sventolando, all’occorrenza e a favor di stampa, la bandiera della preoccupazione, dell’attenzione al destino dei lavoratori e dell’azienda, della necessità di un piano di lungo periodo.

Ma la verità è un’altra, la verità è che nessuno ai piani alti, quelli di Palazzo Chigi, si è davvero mai occupato di Tim, azienda dalle competenze straordinarie svilite e offese, dagli asset pregiati mai adeguatamente valorizzati (reti, torri, data center eccetera eccetera, che la lista è parecchio lunga), l’unica davvero in grado di far compiere al Paese quella rivoluzione digitale di cui si parla a vanvera da anni. Per non parlare del ruolo degli azionisti, spagnoli o francesi che siano: business is business ma cosa abbiano in testa davvero si fa fatica a capire. E lo dimostra la progressiva erosione del valore del titolo: può il titolo di un’azienda del calibro di Tim arrivare a 30 centesimi? Come è potuto accadere? E come si può pensare che l’offerta degli americani di Kkr sia adeguata per un’azienda come Tim? 10 miliardi sono niente. Basta fare il confronto con Open Fiber, azienda dalle piccole, piccolissime dimensioni rispetto a Tim, la cui valutazione è ben più alta al confronto: il piano da 7,1 miliardi si prepara a salire a oltre 10 con le banche pronte a raddoppiare gli investimenti. È evidente dunque che qualcosa non torni.

È tempo che lo Stato si prenda la responsabilità di dare un futuro a Tim. Bando alle ciance, bando ai “non si interviene su un’azienda privata”, un refrain che suona pilatesco. Lo Stato può intervenire. Deve intervenire. Anche perché altrimenti non si capisce perché sia stata fatta l’operazione Cassa depositi e prestiti, in Tim alla soglia del 10%. È tempo di scoprire le carte, di azioni forti, anche di una “rinazionalizzazione” se necessaria a imprimere la svolta: in ballo non ci sono “solo” 40mila e passa lavoratori, in ballo c’è il futuro di un Paese che con il Pnrr si sta giocando la possibilità di uscire da una crisi sistemica che dura da decenni. E la crisi di Tim rischia di diventare un boomerang dagli effetti devastanti, di inficiare tutto il faticoso cammino per portare a casa i fondi dell’Europa di cui l’Italia è il maggiore beneficiario (ma al momento solo sulla carta) e di cui quelli destinati al capitolo del digitale rappresentano una fetta consistente.

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