La lunga telenovela che vede protagonista l’Agenzia per l’Italia digitale sembra non avere mai fine. Dopo i lunghi tempi di attesa per la registrazione da parte della Corte dei Conti della nomina di Agostino Ragosa nel ruolo di direttore generale, si apre ora un altro fronte caldo che riguarda il suo “contratto”. Ragosa, stando a quanto risulta al Corriere delle Comunicazioni, non avrebbe ancora firmato il documento contenente il trattamento economico, chiedendo che questo venga svincolato dall’ “applicazione di decreto di nomina per vie di legge” – la procedura amministrativa che vincola gli organi dello stato alla verifica delle conseguenze economiche da parte dei ministeri competenti – e inserito invece in un contratto vero e proprio sulla falsariga di quello stipulato tra aziende e dipendenti.
Il motivo? Questo tipo di “accordo” tutelerebbe Ragosa da un eventuale rimozione all’indomani del cambio di governo. Il direttore generale dell’Agenzia, infatti, è sì svincolato dallo spoil system (quindi rimarrebbe in carica anche con il cambio di maggioranza politica) ma non immune da un’eventuale decadenza degli organi dell’ente. E proprio per affrontare una simile prospettiva che Ragosa starebbe spingendo per un contratto “aziendale” che, in caso di decadenza, obbligherebbe lo stato a pagargli tre anni di stipendio.
L’impasse in cui versa la situazione del dg ha impatti negativi sul funzionamento stesso dell’Agenzia per l’Italia digitale che si ritrova senza una figura legale che possa firmare i provvedimenti economici, a cominciare dal bilancio e dagli stipendi, tanto che anche all’interno dell’ex DigitPA più di qualcuno auspica che si opti per un’amministrazione controllata, pena lo stallo totale.
C’è infine un altro piccolo – si fa per dire – giallo che si sta consumando a viale Marx. Lo scorso 14 dicembre è stato nominato il collegio dei revisori presieduto da Donato Attubato e composto da Giuseppe Suppa e da Maria Maddalena Novelli dirigente del Miur. Peccato che la nomina – prontamente registrata dalla Corte dei Conti il 21 dello stesso mese – sia stata effettuata in violazione dell’articolo 21 comma 4 del decreto 83/2012 (il cosiddetto Crescita 2.0) che prevede che, entro 45 giorni dalla nomina del direttore generale dell’Agenzia, sia approvato lo statuto dell’ente “con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri”. Secondo la legge lo statuto dovrà contenere anche le modalità di nomina e funzionamento del collegio dei revisori e del comitato di indirizzo, l’organo esecutivo formato da 5 rappresentanti dei ministeri competenti e da sue della Conferenza delle Regioni. Ma sui revisori si è spinto il piede sull’acceleratore e la Corte dei Conti non ha fatto alcun rilievo su una nomina “contra legem”.