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Neelie Kroes, ecco il piano cost-reduction per spingere il broadband

Il Corriere delle Comunicazioni ha potuto visionare in anteprima il contenuto del Regolamento che il Commisssario Ue all’Agenda digitale presenterà ad aprile. In quattro mosse una stretta anti-sprechi per accelerare l’espansione della banda larga

Pubblicato il 04 Mar 2013

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Per dare nuovo impulso all’espansione della banda larga in terra d’Europa – in particolare la zoppicante ultraveloce – il commissario Ue alla Digital Agenda Neelie Kroes ha non solo previsto di modellare un paesaggio regolamentare più propizio agli investimenti. E di accordarlo ad un irrobustimento del sostegno pubblico (con il pacchetto di aiuti infrastrutturali Connecting Europe Facility, la cui dotazione finanziaria per il broadband è stata però massacrata dal recente accordo sul bilancio Ue 2014-2020). Il terzo tassello della strategia comunitaria contempla anche un giro di vite sulla foresta di sprechi e inefficienze che ancora oggi crivellano le diverse tappe della costruzione, e ancor di più dell’impiego delle reti digitali. Questo intento è stato consegnato ad un regolamento (ribattezzato “cost-reduction”, o sulla riduzione dei costi) di una ventina di pagine su cui il commissario all’Agenda digitale dovrebbe alzare il sipario nel mese di aprile.

Il Corriere delle Comunicazioni ha potuto visionare in anteprima una copia della proposta ed è in grado di anticiparne i contenuti salienti. Sono quattro gli obiettivi cavalcati dalla Commissione: un uso più capillare delle infrastrutture passive esistenti; snellimento delle procedure di assegnazione dei permessi; un grado di cooperazione più elevato nelle opere di ingegneria civile; infine, norme tecniche per facilitare l’installazione della fibra negli edifici. Nessuna perifrasi di circostanza sull’importanza strategica del regolamento. Gli ambiziosi traguardi dell’Agenda digitale europea, si legge nel preambolo, “sono raggiungibili solo a patto di abbattere i costi dello spiegamento delle infrastrutture digitali ad alta velocità”.

Costi che, non a caso, costituiscono una fetta ragguardevole dei 110 miliardi di euro gettati ogni anno alle ortiche per via “dell’alta frammentazione dei servizi di Tlc nell’Ue”. Di qui la prima azione chiave della normativa: “Gli operatori di rete hanno l’obbligo di accomodare tutte le ragionevoli richieste di accesso alle proprie infrastrutture fisiche” in base a “condizioni e termini giusti”. Ogni eventuale rifiuto deve essere motivato da “criteri oggettivi” (“spazio disponibile”, “integrità della rete”, “rischi d’interferenze” etc.) e notificato entro e non oltre “un mese” dalla richiesta di accesso. L’idea è di favorire l’apertura di tutte le reti fisiche (acquedotti, ferrovie, infrastrutture energetiche etc.) ai fornitori di servizi di comunicazione elettronici.

Resta fermo che una delle principali barriere è incarnata dalla diffusa insufficienza di dati affidabili. Per questo motivo, il testo esige uno sforzo di trasparenza, ordinando l’istituzione di “punti di informazione”, ai quali tutte le autorità pubbliche dovrebbero contribuire (entro sei mesi dall’entrata in vigore del testo) fornendo notizie riguardo le infrastrutture passive presenti nelle aree o nei settori amministrati. In particolare: “la localizzazione, il percorso e le coordinate geografiche”, “le dimensioni, il tipo e l’utilizzo specifico delle infrastrutture”; riferimenti della proprietà dell’infrastruttura e via snocciolando. Il tutto nell’ottica di garantire che gli operatori del settore telecom possano individuare con maggiore facilità eventuali reti fisiche alle quali raccordarsi, anziché crearne una ex novo. Va da sé che questa misura interessa in maniera frontale il frastagliato e affollato alveo delle PA italiane.

Non è l’unica però. Un’altra debolezza intrinseca all’attuale sistema tocca le procedure di assegnazione dei permessi di costruzione e utilizzo delle reti. Frammentatissime (non solo su base nazionale ma spesso e volentieri regionale), confuse e poco trasparenti, in alcune circostanze appesantite da ritardi biblici.

Al problema la direttiva risponde disponendo che gli stati membri fissino un tetto temporale (di massimo 6 mesi) per rispondere alle richieste, e al contempo ordina che tutte le informazioni sulle procedure da seguire e le regole vigenti in materia di permessi siano rese disponibili sempre attraverso centri di informazione. In una parola (anzi due): più armonizzazione e chiarezza. Stesso tenore per quel che concerne il coordinamento dei lavori di ingegneria civile. Che viene incoraggiato attraverso una misto di incentivi e caveat.

Da ultimo, la normativa prevede che tutti gli edifici di nuova costruzione, e quelli che subiscono lavori di ristrutturazione di una certa portata, dovranno soddisfare delle normative tecniche che facilitano l’installazione della fibra.

Tutto chiaro e non controverso. Gli stati membri caldeggiano senza ambiguità il regolamento: tanto da aver inserito la riduzione dei costi nelle conclusioni del Consiglio europeo del marzo 2012. “Si tratta di un grande passo in avanti per la banda larga”, esulta Neelie Kroes.

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