PUNTI DI VISTA

Digital divide, problema di genere

Abbattere le barriere all’accesso online garantirebbe benefici sociali e aumento del Pil fino a 18 miliardi di dollari nei Pvs

Pubblicato il 05 Mag 2013

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In una prospettiva globale la differenza nell’accesso ad Internet tra uomini e donne è ancora molto marcata, malgrado un terzo della popolazione mondiale sia ormai online.

Nella maggior parte dei paesi sviluppati il ritardo femminile nell’accesso al web è però in termini percentuali trascurabile, sebbene si riscontrino ancora condizioni sfavorevoli nelle aree rurali e tra fasce più povere della popolazione. Le donne sembrano vittime di una vera e propria segregazione socio-digitale che le allontana dal centro della società delle reti, relegandole spesso alla periferia dell’inclusione. In particolare quella parte di popolazione femminile a più alto rischio di esclusione sociale – prima che digitale – corre il pericolo di vedere cumulati i propri svantaggi: “a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha”. A livello globale circa 2,4 miliardi di persone accede ed usa Internet; nei paesi meno sviluppati il totale degli utenti è pari a 1,4 miliardi ma solo 600 milioni sono donne, secondo il recente importante studio di Intel “Women and the Web”.

Oltre agli ostacoli rappresentati dalla minore diffusione di tecnologie e infrastrutture e dai costi elevati, nelle nazioni meno sviluppate pesano anche fattori sociali e culturali. Una donna su cinque in India e in Egitto ritiene che navigare sul web sia inappropriato per il sesso femminile. Molte ragazze restano tagliate fuori a causa di analfabetismo, scarsa conoscenza, pressioni familiari o norme che in alcune comunità limitano la libertà fino al punto di impedire loro di frequentare cybercafè o Internet point, in qualche circostanza unico mezzo per usufruire di un computer.

Anche nelle economie in rapida crescita si presenta la questione di genere. In Asia meridionale, Medio Oriente e Nord Africa la percentuale di donne in meno che navigano su Internet è pari al 35%, al 30% in Asia centrale e in alcune zone d’Europa, mentre in regioni come l’Africa subsahariana il gap arriva fino al 45%. Quasi il 40% delle donne che non usano la Rete ne attribuiscono la ragione ad una mancanza di familiarità e di comfort con la tecnologia. Tuttavia nel rapporto si mette in luce come questa cosiddetta tecnofobia sia in gran parte un riflesso della disparità di genere in materia di istruzione, di occupazione e di reddito.

Facilità d’uso, accessibilità e disponibilità della banda larga costituiscono gli elementi critici su cui è necessario agire per incrementare la partecipazione femminile, chiamando le imprese a creare piattaforme innovative a basso costo e ad ampliare l’offerta di contenuti gratuiti; i governi ad investire nella banda larga, a realizzare programmi formativi e sostenere la nascita di network sensibili al tema di genere. Un esempio, in questo senso, è il progetto Wougnet-Women of Uganda.

Merita di essere segnalata anche l’iniziativa Education for All dell’Unesco (il corrispettivo nel campo educativo degli otto “Obbiettivi del Millennio” dell’Onu): uno degli obiettivi è proprio quello di eliminare, entro il 2015, le disparità di accesso all’educazione basate sul genere in tutti i livelli di educazione scolastica, assicurando alle ragazze pieno accesso a ogni tipo di scuola e di istruzione.

Nei prossimi tre anni, grazie alla crescita spontanea di Internet e al diffondersi dei dispositivi mobili, è previsto l’ingresso online di altre 450 milioni di donne ma con uno sforzo mirato questo numero può essere aumentato a 600 milioni. L’obiettivo raddoppierebbe la presenza femminile nei paesi in via di sviluppo raggiungendo il traguardo di una percentuale del 40% (1,2 miliardi). Solo a questo punto si affronterà la questione della governance, dove è necessario promuovere la presenza femminile nei forum internazionali come Internet Governance Forum, Icann, Un-Itu. Abbattere le barriere all’accesso online delle donne, oltre ad accrescere libertà e potenzialità espressiva, significherebbe ottenere benefici sociali ed economici, contribuendo a far lievitare il Pil di 144 paesi in via di sviluppo di 13-18 miliardi di dollari all’anno.

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