IL NUOVO IMPERO

Web economy, la politica italiana: “Serve un cambio di passo”

I politici fanno mea culpa sulla questione del mancato governo economico della Rete. Ma non sarà facile tirare le fila a livello nazionale: il “caso” è di portata intercontinentale

Pubblicato il 17 Lug 2013

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“La verità è che finora non ci abbiamo messo testa”. Detto dal senatore Stefano Quintarelli non può considerarsi un’autocritica, dal momento che lui in Parlamento è entrato solo da qualche mese con la Scelta Civica di Mario Monti. Ma, visto che è uno dei pochi guru italiani della Rete, uno di quelli che hanno contribuito a farla nascere e diffondere, è un buon punto di partenza. La politica, quindi, non si è ancora molto preoccupata del governo economico del web. In Italia, come anche in Europa. Al di là di denunce, dichiarazioni di intenti e promesse non si è mai andati.


Di fronte al caso Google i politici ammettono il ritardo e segnalano l’urgenza di un cambio di passo. “Abbiamo perso tanti treni – concorda Paolo Gentiloni del Pd -. Credo che sia dipeso in buona parte dalla dimensione non competitiva dei singoli Paesi europei rispetto a Usa e Cina. Adesso bisogna rapidamente correre ai ripari e superare la sottovalutazione del terremoto che ha investito negli ultimi cinque anni la catena del valore e i rapporti di forza fra Ott, operatori di rete e produttori di contenuti, con i primi che, in uno schema semplificato, risultano vincitori e gli altri sconfitti”.
Sulla necessità di regole regole capaci di ridurre le “asimmetrie” tra mercati e operatori sono tutti d’accordo. Quali è ancora da vedere. A inizio luglio il viceministro allo Sviluppo Antonio Catricalà, nel corso di un’audizione alla Camera, ha ammesso la necessità di intervenire nel settore audiovisivo per sostenere la filiera produttiva “minacciata dall’invadenza di aggregatori che utilizzano i contenuti senza fare investimenti e senza produrre reddito nel Paese”. Negli stessi giorni il sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega all’editoria Giovanni Legnini (Pd) ha proposto un accordo made in Italy “agli amici di Google”. “Ma una soluzione nazionale potrebbe essere un boomerang”, osserva Linda Lanzillotta, vicepresidente del Senato. “Gli interventi devono essere a livello europeo se non transcontinentale, ai massimi livelli della governance mondiale. Ci vorrebbe un G8 o G20 della Rete”, suggerisce la senatrice di Scelta Civica, che lancia un invito al commissario dell’Agenda Digitale: “Evitare i rischi di una distorta distribuzione di saperi e risorse è un impegno di cui deve farsi carico Francesco Caio se ha una visione strategica di lungo termine”.


A Caio si appella anche Antonio Palmieri, responsabile Innovazione del Pdl. “Internet è un adolescente che sta per diventare maggiorenne. Serve un intervento che lo accompagni a entrare nel miglior modo possibile nella maggiore età. Mi auguro che Caio, quando sarà definito l’assetto dell’Agenda digitale, possa prendere in mano insieme con il presidente Letta la questione degli squilibri sul mercato digitale e farsi promotore di un’azione di stimolo nei confronti della Ue”. Su come farlo Palmieri lancia una proposta attraverso il Corriere delle Comunicazioni: “Organizziamo in autunno un incontro di riflessione internazionale che coinvolga membri della Commissione, rappresentati di altri Paesi europei e dei principali player del mercato. Non ci deve essere alcun intento punitivo ma bisogna pretendere massima disponibilità a collaborare”. Questa non sembra mancare: a inizio luglio in un’intervista al Sole24Ore il capo europeo di Google, l’italiano Carlo d’Asaro Biondo, ha teso la mano sul diritto d’autore (“Siamo completamente d’accordo: va protetto”), anche se ha sottolineato che il traffico che BigG porta con l’indicizzazione dei contenuti “è un servizio gratuito ai clienti ma non per Google”. La questione delle risorse economiche “aspirate” dal mercato resta.


“L’Europa è in ritardo ma è obbligata a meccanismi di regolazione che non possono essere anti mercato”, sottolinea Gentiloni. “Servono interventi di tutela dell’eccezione culturale, uno dei temi del negoziato Europa-Usa sulla liberalizzazione commerciale in via di definizione”. “Serve una politica industriale”, insiste Quintarelli. “C’è una forte asimmetria tra Europa e Usa, di regole e di politiche economiche. Lì è stato deciso che Google dovesse fare un’infrastruttura parallela per i servizi alla PA e che i server stessero negli Usa. Questo è un esempio di politica industriale, che ancora l’Europa e tantomeno l’Italia, è stata in grado di fare. Perché le PA europee non potrebbero essere obbligate a rivolgersi a operatori europei per acquistare i servizi digitali di cui hanno bisogno?”.

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