L'INTERVISTA

Catastrofi, Postiglione: “Su uso dei social network serve cautela”

Parla il direttore dell’Ufficio Volontariato, Formazione e Comunicazione del Dipartimento della Protezione civile: “Raccordare i sistemi locali con quello nazionale”

Pubblicato il 13 Ott 2013

Anche la Protezione civile italiana è approdata su Facebook e Twitter, non come ente ma con la campagna di prevenzione Io Non Rischio. “Una campagna che si svolge anche sui media tradizionali”, spiega Titti Postiglione, direttore dell’Ufficio Volontariato, Formazione e Comunicazione del Dipartimento della Protezione civile, “che i social complementano, non sostituiscono. Facebook, Twitter e Instagram forniscono un canale in più per comunicare le nostre iniziative e dare informazioni utili”.
Agite a livello di prevenzione. Non credete nei social media durante le situazioni di emergenza?
Al momento non andiamo oltre la prevenzione e la sensibilizzazione. Per quel che riguarda la gestione e la comunicazione nei casi di emergenza, la Protezione civile ha ancora un atteggiamento di responsabile osservazione. Studiamo le potenzialità offerte dai social network e i casi di utilizzo nazionali e internazionali, ma ci muoviamo con cautela.
Che rischi e vantaggi percepite?
Una comunicazione efficace oggi non può prescindere dai social media: hanno tempi di reazione teoricamente istantanei, una diffusione capillare capace di raggiungere potenzialmente ogni singolo cittadino su qualunque terminale, possibilità di veicolare la stessa informazione con un livello di approfondimento progressivo, interattività. Proprio quest’ultima comporta dei problemi: nel momento in cui si apre un canale biunivoco, è difficile pretendere che la comunicazione proceda soltanto in un verso. Ma per gestire le sollecitazioni di ogni cittadino dotato di un account Twitter o Facebook, le nostre strutture comunicative potrebbero non essere adeguate. Inoltre, proprio per la peculiarità del sistema di protezione civile italiano, che è fondato su un principio sostanzialmente micro territoriale, creare un unico profilo nazionale potrebbe non essere la scelta giusta. Forse bisognerà ragionare su base locale e trovare un sistema di raccordo, collezione, supporto o integrazione a livello centrale. Su questo abbiamo avviato una riflessione, con studi sui possibili utilizzi e i potenziali impatti.
Vi aspettate un contributo dai giganti della rete e dalle telco?
Gli operatori nazionali di telefonia fanno parte a tutti gli effetti del sistema di protezione civile, tant’è che siedono al tavolo del comitato operativo, dunque già hanno un ruolo. Certamente, per il futuro, col crescere dell’importanza strategica delle reti di telecomunicazione e dei social network, la collaborazione potrebbe diventare ancora più stringente. Con Google.org abbiamo già avviato un percorso di collaborazione e non escludo che in futuro possa accadere con altre società, se anche queste si doteranno di strutture non-profit capaci di mettere a disposizione dei cittadini tecnologie utili ai fini di protezione civile.
Per il futuro dobbiamo aspettarci un uso dei social media nelle emergenze, come negli Usa?
Andiamo in quella direzione ma senza dimenticare che la situazione italiana è diversa da quella statunitense non solo in termini di organizzazione della protezione civile ma anche in fatto di maturità tecnologica e comunicativa: nel nostro paese esiste un problema di digital divide dovuto sia alle infrastrutture tecnologiche che a una cultura della comunicazione ancora molto focalizzata sui media tradizionali. La comunicazione, e quindi anche ruoli e responsabilità, cambiano insieme alla società: ecco perché preferiamo procedere con cautela, a piccoli passi.

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