“C’è oggi un divario che penalizza le aree interne e insulari, i territori montani e le parti del Paese più lontane dalle reti infrastrutturali e da alcuni servizi essenziali. Questo divario frena lo sviluppo nazionale nel suo insieme e si tratta di un tema decisivo della competitività del Paese”. Le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo intervento all’assemblea 2024 di Confcommercio hanno portato con forza l’attenzione sul tema del digital divide territoriale, o divario digitale, in Italia.
Si tratta della disparità nell’accesso e nell’utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict) tra diverse fasce della stessa popolazione (o tra popolazioni diverse). Il digital divide mette a rischio la piena partecipazione all’economia e alla società digitale, creando disuguaglianze tra i cittadini e impedendo a ogni individuo e impresa di godere di pari opportunità.
Che cos’è il digital divide
Il divario digitale può manifestarsi su più livelli. Può essere un divario di accesso alle infrastrutture: per esempio, differenze nella disponibilità di connessioni internet ad alta velocità (banda ultralarga).
Può essere anche una disparità nell’utilizzo avanzato delle tecnologie, ovvero nella capacità di sfruttare appieno le potenzialità offerte dalle innovazioni, come l’intelligenza artificiale.
Il digital divide si presenta anche come divario nelle competenze digitali, e quindi nelle abilità nell’utilizzare strumenti digitali.
I divari digitali dell’Italia
Per esempio, lo studio condotto dall’Istat nel 2023 su “I divari territoriali nel Pnrr: dieci obiettivi nel Mezzogiorno“ mostra per il nostro Paese forti diseguaglianze sull’accesso alla banda ultralarga: nel Sud circa il 17,3% delle persone vive in contesti molto distanti dalla connettività ultraveloce, rispetto al 4,2% nel Centro-Nord.
Nonostante negli ultimi 20 anni il processo di digitalizzazione sia stato rapido, il 60% circa dei residenti del Mezzogiorno ha opportunità ridotte di accesso alla banda ultralarga.
Focus sulle competenze
Sul fronte dello skill gap, il secondo “Report on the state of the Digital Decade” della Commissione europea ha evidenziato come il nostro Paese abbia uno dei più bassi livelli di diffusione delle competenze digitali di base: solo il 45,8% della popolazione italiana ne è in possesso (quintultimo posto in Europa), con uno scarto di circa 10 punti percentuali in negativo rispetto alla media europea. Più nel dettaglio solo il il 59% delle persone di età compresa tra i 16 e i 24 anni e il 54% di quelle di età compresa tra i 25 e i 54 anni possiede almeno le competenze digitali di base.
Anche per quanto riguarda i laureati in materie Ict, l’Italia rimane il fanalino di coda dell’Ue nonostante qualche miglioramento: sono l’1,5% del totale contro il 4,5% dell’Ue.
D’altro lato, l’Italia migliora sul fronte dell’accesso ai servizi pubblici online (e-gov) e alla sanità online e il Report riconosce come il nostro Paese si stia impegnando nel superamento del digital divide, proponendo iniziative sul territorio di inclusione ed alfabetizzazione digitale, come nel caso dei Centri di facilitazione digitale (centri previsti dal Pnrr che offrono formazione sulle competenze digitali ai cittadini).
Il punto sulla banda ultralarga
La banda ultralarga è una vera spina dorsale della connettività in Italia: con la copertura in fibra Ftth (fiber-to-the-home) delle famiglie residenti che ha raggiunto il 70,7% nel quarto trimestre del 2024, il nostro Paese ha compiuto un notevole balzo in avanti rispetto al 59,6% di fine 2023, secondo i dati, pubblicati da Agcom come aggiornamento al quarto trimestre 2024 della sua Broadband Map. Inoltre, a livello di diffusione territoriale, la rete in fibra ottica ha raggiunto oltre l’89% dei comuni italiani. Una simile tendenza positiva emerge per la connettività delle piccole e medie imprese (pmi), la cui copertura è passata dal 49% al 59%, anche se restano al di sotto delle case raggiunte (70,7%).
I numeri positivi non devono, però, fermare l’accelerazione in corso, perché le percentuali ci dicono anche che quasi il 30% di case non è raggiunto dalla banda ultralarga e il 41% delle pmi è tagliato fuori.
L’Fwa, tecnologia anti-digital divide
Negli anni recenti le offerte commerciali sull’Fwa (fixed wireless access) hanno permesso di ampliare la copertura broadband usando una tecnologia che unisce connessione wireless e fissa. L’Fwa sfrutta, infatti, stazioni base (ripetitori) che trasmettono il segnale a un’antenna installata presso l’utente, offrendo un’alternativa alle reti cablate.
Queste caratteristiche stanno rendendo l’Fwa particolarmente vantaggioso per servire le aree in digital divide, dove far arrivare direttamente la fibra ottica o la copertura della rete mobile tradizionale sarebbe impraticabile per ragioni logistiche o tanto costosa da non giustificare l’investimento per gli operatori.
Secondo i dati dell’ultimo osservatorio Agcom, l’Fwa rappresenta in Italia l’11,4% delle connessioni da rete fissa.
Le iniziative per colmare il digital divide
Il governo italiano sta cercando di affrontare il divario digitale da alcuni anni, prima con il Piano banda ultralarga (Piano Bul) e, ora, con la Strategia italiana per la banda ultra larga – Verso la Gigabit Society, che prevede il Piano Italia a 1 Giga e il Piano Italia 5G.
Il Piano Italia a 1 Giga
L’obiettivo di Italia a 1 Giga è raggiungere con la banda ultralarga le aree non coperte, spesso perché remote o isolate – le cosiddette aree bianche (a fallimento di mercato, in cui sono assenti interventi di investimento di operatori privati) e aree grigie, dove sono già presenti una o più reti in banda larga, ma dove occorre un salto di qualità per la realizzazione di reti con velocità che si misurano in Gigabit.
Il Piano Italia a 1 Giga è il primo dei piani di intervento pubblico della Strategia italiana per la banda ultra larga – Verso la Gigabit Society, in attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), e prevede uno stanziamento di circa 3,8 miliardi di euro. Ha l’obiettivo di promuovere, attraverso l’intervento pubblico, investimenti in reti a banda ultralarga che consentano di garantire a tutti gli utenti una velocità di connessione in linea con gli obiettivi europei della Gigabit society e del Digital Compass europeo.
Il Piano Italia 5G
Con il Piano di intervento pubblico Italia 5G, il Governo vuole incentivare la realizzazione delle infrastrutture di rete per lo sviluppo e la diffusione di reti mobili 5G nelle aree a fallimento di mercato su tutto il territorio nazionale. Si tratta del primo Piano di investimenti pubblici, con una dotazione di 2,02 miliardi di euro, approvato a sostegno dello sviluppo del mercato mobile in Italia.
Italia 5G è una delle iniziative previste nella Strategia italiana per la banda ultra larga – Verso la Gigabit Society in attuazione del Pnrr, con il fine di soddisfare pienamente il fabbisogno di connettività mobile e di fornire servizi mobili innovativi e ad elevate prestazioni.
Il Piano ha infatti l’obiettivo di incentivare la diffusione di reti mobili 5G in grado di assicurare un significativo salto di qualità della connettività radiomobile mediante rilegamenti in fibra ottica delle stazioni radio base e la densificazione delle infrastrutture di rete, al fine di garantire la velocità ad almeno 150 Mbit/s in downlink e 30 Mbit/s in uplink, in aree in cui non è presente, né lo sarà nei prossimi cinque anni, alcuna rete idonea a fornire connettività a 30 Mbit/s in tipiche condizioni di punta del traffico.
Il ruolo delle telco nell’abbattere il digital divide
Nel mondo il digital divide è ancora enorme e allontana il raggiungimento dell’obiettivo Onu di connettività universale e significativa entro il 2030: il 35% della popolazione globale, infatti, non ha a disposizione una connessione internet a velocità sufficienti. La percentuale aumenta al 54% nei paesi a basso e medio-basso reddito, principalmente a causa dell’assenza delle infrastrutture digitali necessarie. Nel totale, 2,6 miliardi di persone sono tagliate fuori dall’accesso alla rete.
Colmare il gap richiede investimenti per 1,6 trilioni di dollari – uno sforzo enorme per le telco che potrà essere fatto solo accedendo a strumenti di finanziamento innovativi e, anche, grazie al sostegno pubblico, come si legge in due diversi studi realizzati il primo dall’Itu, l’International telecommunication union dell’Onu, e il secondo dalla società di ricerche Analysys Mason.
La soluzione dei finanziamenti innovativi
Nel primo caso, si tratta del white paper prodotto dalla Digital infrastructure investment initiative (Diii) dell’Itu intitolato “Closing the digital infrastructure investment gap by 2030″. Analizzando i fattori che influenzano gli investimenti in infrastrutture digitali, il Diii ha identificato cinque grandi sfide: frammentazione della domanda, lacune significative nelle infrastrutture di base, agende e politiche digitali poco chiare, rischi nell’execution dei progetti e rischi legati al singolo Paese. Al tempo stesso, il white paper individua meccanismi e strumenti di finanziamento innovativi che le organizzazioni internazionali e le istituzioni finanziarie plurilaterali o multilaterali private o pubbliche possono implementare per accelerare sul roll out delle reti.
Per esempio, la Diii suggerisce lo sviluppo di una piattaforma per mettere a fattor comune gli investimenti in infrastrutture digitali. Questa piattaforma si concentrerebbe su attori di piccole e medie dimensioni come gli Isp, consentendo loro di pubblicare i propri progetti e di ottenere attenzione dagli istituti di finanziamento per lo sviluppo (Dfi) e da investitori privati. Ciò potrebbe rafforzare i mercati più piccoli e guidare la preparazione dei progetti in fase iniziale. I rischi di investimento diminuirebbero attraverso una mobilitazione congiunta per catalizzare la connettività in aree sottoservite dalle tradizionali società di telecomunicazioni, facilitando anche l’espansione dei piccoli player in altre aree.
Un’altra soluzione innovativa suggerita è quella di orchestrare gli investimenti infrastrutturali anche non digitali a livello nazionale per creare sinergie con altri tipi di infrastrutture come strade, ferrovie e servizi di pubblica utilità. Questo approccio dovrebbe estendersi all’intera catena del valore, comprese le politiche, le normative e i programmi di finanziamento, per abbattere i silos i lungo il processo di implementazione. Sfruttando la progettazione e l’implementazione congiunte dell’infrastruttura digitale con altri investimenti infrastrutturali, i progetti trarrebbero vantaggio in diversi modi: ad esempio, la posa di cavi in fibra ottica durante la costruzione di una rete elettrica può far risparmiare costi significativi e aumentare l’adozione della nuova tecnologia da parte dei residenti. Un’altra possibilità è il modello neutral host, in cui le società di infrastrutture affittano i loro asset a diversi residenti su un’unica base.
Un altro approccio considerato è la collaborazione tra istituti finanziari per lo sviluppo, governi e settore privato per progettare congiuntamente un modello di finanziamento e operativo a supporto di specifici programmi governativi e con prestiti o investimenti azionari per il settore privato per finanziare gli asset di rete (ad esempio, per supportare la connettività a basso prezzo nelle aree rurali). Questo approccio prevede la combinazione di strumenti finanziari pubblici e privati e assistenza tecnica in un’unica soluzioneper rendere i progetti realizzabili.
Fondamentali i sussidi pubblici
Da parte sua Analysys Mason ha scritto in una recente analisi che raggiungere in Europa una copertura in fibra ottica Ftth tale da soddisfare gli obiettivi del Decennio digitale non sarà possibile con le sole risorse finanziarie delle telco: il sostegno pubblico resta fondamentale nelle aree cosiddette a fallimento di mercato, situate in zone scarsamente popolate o difficilmente raggiungibili.
“Ciò significa – si legge – che il ruolo dei sussidi governativi, e il modo in cui sono distribuiti, è fondamentale”. E anche che “i decisori politici devono valutare tutte le leve disponibili per centrare gli obiettivi della connettività gigabit“.
Tuttavia, non esiste una “ricetta unica” e i governi devono sviluppare questi piani di intervento pubblico tenendo conto delle caratteristiche locali e trovando un compromesso tra i fondi pubblici necessari, le specifiche tecniche delle soluzioni (cioè la qualità) e la copertura realizzabile (e il tempo necessario per attuarla).
Secondo Analysys Mason, la risposta ottimale per un Paese deve riflettere una vasta gamma di fattori, tra cui le opzioni tecnologiche disponibili e le loro diverse caratteristiche tecniche, le roadmap tecnologiche e la maturità delle soluzioni e le tempistiche di distribuzione.
Vanno valutate anche le condizioni di mercato locali, compresi i fattori geografici e topografici, la struttura del mercato, le infrastrutture esistenti, i livelli di concorrenza, il contesto normativo, la capacità della catena di approvvigionamento e le barriere all’implementazione.
Vincere il digital divide è questione di equità
“Raggiungere la connettività gigabit per tutti, con alti livelli di copertura Ftth, è fattibile, ma solo con una chiara ambizione e una visione a lungo termine da parte dei governi”, sottolinea Analysys Mason.
Gli analisi proseguono: “La sua realizzazione è subordinata a un solido approccio alla progettazione di piani di sostegno che tengano conto delle condizioni di mercato locali. Affrontare questa sfida il prima possibile darà a tali piani le migliori possibilità di successo, non solo per raggiungere gli obiettivi immediati del Decennio digitale, ma anche per colmare il divario digitale, sostenere la vera equità digitale e garantire un futuro connesso per tutti i cittadini europei”.