I data center dovrebbero essere considerati un asset strategico nazionale, essenziale per lo sviluppo economico, e non solo, del Paese. Il problema è che in Italia manca ancora un impianto normativo coerente e soprattutto univoco, un framework che possa aiutare in primis la Pubblica amministrazione a diminuire l’incertezza che grava su operatori e comunità nel momento in cui si avviano iter approvativi per l’infrastrutturazione del territorio.
I modelli positivi a cui fare riferimento non mancano, soprattutto all’estero. Quello che occorre è muoversi rapidamente, visto che proprio Paesi come la Spagna, più maturi del nostro sotto il profilo regolatorio, stanno diventando i nostri principali competitor nel catalizzare l’attenzione dei grandi investitori. CorCom ne ha parlato con Luca Beltramino, direttore della divisione Data Center di Rai Way, in occasione della quarta edizione di Data Center Nation (Dcn), di scena ieri a Milano.
Beltramino, cosa è emerso dal summit: che ruolo giocano oggi i data center rispetto alla crescita del Paese?
La parola chiave, lo sappiamo tutti, è digitalizzazione. La transizione digitale è un processo inarrestabile: tutte le applicazioni che vediamo nascere, incluse quelle basate sull’intelligenza artificiale, girano all’interno di data center, nazionali e internazionali, che assolvono a tre funzioni: compute, storage e networking. Ciascuno di questi pilastri è fondamentale per lo sviluppo economico. Le applicazioni, per funzionare, hanno bisogno di capacità computazionale e di fonti di dati, che continuano ad aumentare in modo esponenziale. Non parlo solo di input nativamente digitali, ma anche di informazioni destrutturate, su supporti analogici come la carta, che vengono gradualmente convertite in bit. È stato calcolato che tra il 2010 e il 2035 la quantità di dati generati aumenterà di mille volte. I dati vengono oggi considerati il nuovo petrolio, ma per raccoglierli, raffinarli ed estrarne il vero valore servono i data center. C’è poi il tema del networking: quando parliamo di queste infrastrutture non dobbiamo prendere in considerazione i soli centri elaborazione dati, ma tutto il sistema di interconnessione che li trasforma, per l’appunto, in un network, e che permette a operatori Tlc e Internet Service Provider locali di utilizzarli come nodi per aumentare l’interscambio del loro traffico dati.
È quindi questo ecosistema, nel suo complesso, a trainare lo sviluppo italiano, che è innegabile. Se negli ultimi anni si è infatti sempre parlato dei cosiddetti mercati Flap + d, alludendo alla capacità di attrazione degli investimenti di città come Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, a cui si è aggiunta Dublino (Flap + d è infatti un acronimo formato dalle iniziali delle metropoli, ndr), lo stesso Davide Ortisi, ceo di Data Center Nation, parlando durante la sessione plenaria del Dcn, ha spiegato che un numero sempre maggiore di investitori comincia ad avere in mente anche la “m” di Milano. Si tratta di una svolta epocale, e l’attesa è che il mercato possa triplicare da qui al 2028. È fuor di dubbio quindi che parliamo di asset strategici, rispetto ai quali sarebbe cruciale predisporre framework legislativi ad hoc per accelerare gli iter approvativi dei progetti.
Le opportunità non mancano. Ma nemmeno le criticità, soprattutto rispetto alla burocrazia e ai vincoli normativi…
Esatto. Basti pensare che fino a poco tempo fa non eravamo nemmeno riconosciuti come industry, Ora, anche grazie all’azione dell’Associazione italiana data center, di cui sono vicepresidente, ci è stato assegnato un sotto-codice Ateco, e ci è stato promesso che entro il 2027 avremo un codice Ateco che ci identifica come settore tecnologico. È un passaggio importante, perché finalmente ci sarà una definizione condivisa dell’attività che svolgiamo, e potremo presentarci alla Pubblica amministrazione senza più fraintendimenti. Può sembrare banale, ma spesso, per questa ragione, ci siamo trovati di fronte interlocutori completamente diversi, a seconda che, da caso a caso, venissimo considerati come commerciali o industriali. Il che rende estremamente difficile ottenere le risposte che ci occorrono. Senza contare che il più delle volte il vero problema, nei rapporti con la PA, è il “ni”.
Ovvero?
È raro che gli enti riescano a esprimersi in modo netto sui progetti che presentiamo, e se consideriamo che dovrebbero essere loro a guidarci questo è un dato di non poco conto. La certezza sui permessi realizzativi è fondamentale. Se non è possibile sviluppare un’infrastruttura in una determinata area si va altrove, ma in questo modo si resta in un limbo. Come se non bastasse, la normativa non solo è molto complessa, ma varia anche da regione a regione. Bisognerebbe prima di ogni altra cosa puntare a renderla uniforme a livello nazionale.
Come procede l’interlocuzione con il governo?
Noi ci confrontiamo con due ministeri, che non solo rappresentano due interlocutori distinti, ma anche due parti separate e contrapposte. Da una parte c’è il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che ha tra i suoi obiettivi anche quello di attirare investimenti stranieri sul territorio, e spinge per promuovere lo sviluppo dei data center. Poi c’è il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, che invece ha come priorità la gestione energetica e la salvaguardia del territorio, temi rispetto ai quali è necessario muoversi con i piedi di piombo. Anche noi naturalmente condividiamo gli stessi obiettivi di sostenibilità, ma permane l’incertezza. Con una normativa nazionale ad hoc tutto sarebbe più semplice.
Ci sono best practice all’estero che potrebbero essere prese come modello?
Possiamo senz’altro guardare a diversi Paesi europei: le già citate città Flap sono per esempio nella seconda fase di investimento, in cui si tratta essenzialmente di centellinare l’offerta di energia elettrica per ottimizzare il funzionamento dell’infrastruttura. Paesi come Germania e Spagna, del resto, hanno da tempo norme molto specifiche che testimoniano un’elevata conoscenza del settore da parte della Pubblica amministrazione, mentre noi dobbiamo ancora affidarci a una serie di linee guida emesse soltanto lo scorso agosto, che comunque non fanno che portare ulteriore incertezza nei comuni e nelle regioni.
Il nostro competitor diretto è attualmente la Spagna, che gode del vantaggio di aver liberalizzato il settore con molto anticipo. Se non prenderemo anche in Italia misure adeguate, crescerà il rischio che gli investimenti a supporto del processo di digitalizzazione vadano in Paesi, come appunto la Spagna, in cui risulta al momento molto più facile mettere in piedi qualsiasi tipo di infrastruttura.
In ogni caso, gli investimenti di Rai Way in Italia continuano. Qual è la strategia per il medio termine?
Rai Way punta sull’edge e, per favorire il processo di spostamento del dato verso l’utente finale, facendo leva su un approccio regionale. Sono già operativi cinque data center a cavallo di Genova, Torino, Milano, Venezia e Firenze, per un totale di 1,6 megawatt di offerta. Le strutture sono interconnesse tramite una rete proprietaria da 6mila km, che garantisce performance elevate in termini di velocità di trasmissione e sicurezza. Il prossimo step riguarda l’espansione a Sud, e in particolare su Puglia e Campania. Questi data center edge cominceranno a essere operativi a partire dalla fine del 2026. Rispetto all’avvio della struttura hyperscale sull’area di Roma puntiamo invece al primo semestre 2028. La strategia adottata riflette in un certo senso la missione che Rai Way, nata come società con un preciso scopo sociale (quello di trasmettere contenuti di pubblica utilità) ha sempre avuto. Oggi, mi piace pensare, svolgiamo la stessa attività trasmettendo informazioni e gestendo il networking dei dati. Il modello edge punta a fornire un contributo positivo sulle comunità locali e a mio avviso rappresenta un caso virtuoso: invece di concentrarci come fa la maggior parte dei competitor su Milano, cerchiamo di distribuire valore dove ce n’è realmente bisogno, in modo coerente e proporzionale con le esigenze del territorio.
State pensando a data center predisposti per accogliere applicazioni AI based?
L’impatto potenziale dell’AI è sotto gli occhi di tutti, ma bisogna precisare che ci troviamo in un momento di hype: manca ancora un’analisi approfondita per capire come si evolverà effettivamente la domanda di servizi. I grandi modelli Llm sono del resto allenati quasi esclusivamente negli Stati Uniti, e dobbiamo ancora vedere cosa succederà a quelli che cominciano a essere istruiti in Europa. E poi c’è il tema dell’inferenza, e in questo senso la strategia scelta da Rai Way di costruire localmente, vicino all’utente finale, dovrebbe pagare. Quel che è certo è che l’intelligenza artificiale ha bisogno di data center completamente diversi da quelli che contraddistinguono il parco attuale italiano. Basti pensare che in un campus capace di abilitare la capacità computazionale richiesta dall’AI bisogna riuscire a raffreddare 120 kilowatt per armadio contro i 12 kilowatt di un centro tradizionale. Il conto è presto fatto, c’è un fattore di moltiplicazione che decuplica intensità di calcolo e di raffreddamento. Noi abbiamo deciso di adottare un approccio a fasi, attraverso cui saremo in grado di far evolvere le strutture con interventi di retrofit man mano che cambieranno le esigenze computazionali. Crediamo sia la strategia migliore per fare de-risking in uno scenario in così rapida evoluzione.