I dazi imposti dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump rischiano di frenare gli effetti degli investimenti miliardari che le big tech stanno sostenendo per costruire le proprie infrastrutture per dedicata all’intelligenza artificiale nel Paese, a partire dai data center di nuova generazione.
Il paradosso è che uno scenario del genere comprometterebbe un obiettivo chiave di questa amministrazione: fin dal suo ritorno alla Casa Bianca all’inizio di quest’anno, Trump e i leade del settore hanno infatti parlato di piani ambiziosi per investire pesantemente nell’AI, forse senza rendersi conto della contraddizione in termini tra sostegno alle politiche di sviluppo tecnologico e inibizione di una filiera che, per forza di cose, è e resterà globale.
Come se non bastasse, i dazi sui microprocessori “inizieranno molto presto”, ha promesso ieri Trump parlando a bordo dell’Air Force One, dove ha minacciato anche iniziative che riguardano il mondo della farmaceutica, che, quanto meno nelle intenzioni del presidente, “inizierà ad arrivare, credo, a un livello che non abbiamo mai visto prima. Stiamo esaminando la farmaceutica in questo momento. È una categoria separata. Lo annunceremo nel prossimo futuro. È in fase di revisione”.
L’impatto sulle tecnologie alla base della costruzione di data center
Ma intanto il focus è sulle apparecchiature tecnologiche, essenziali per dare vita ai data center di nuova generazione. Mercoledì Trump ha imposto dazi pesanti sui principali fornitori di soluzioni, tra cui il 34% sulla Cina, il 32% su Taiwan e il 25% sulla Corea del Sud. L’elettronica – che include oltre alle apparecchiature per data center anche smartphone e PC e – è stata la seconda più grande voce nelle importazioni statunitensi dello scorso anno, con un valore di quasi 486 miliardi di dollari, secondo i dati del Census Bureau. Gli analisti di Bernstein stimano le importazioni di macchine per l’elaborazione dati a circa 200 miliardi di dollari nel 2024, soprattutto da Messico, Taiwan, Cina e Vietnam.
“La spesa in conto capitale dei giganti tecnologici sarà rimescolata: ci si aspetta che i principali attori dell’infrastruttura AI e della tecnologia di consumo riallocino la spesa a breve termine lontano dall’espansione e verso la copertura degli approvvigionamenti o il cambio di sourcing”, commenta Abhishek Singh, partner della società di ricerca Everest Group.
Alla luce di questa situazione, Amd ha per esempio dichiarato che sta “valutando i dettagli e gli eventuali impatti sul nostro più ampio ecosistema di clienti e partner”, mentre altri colossi come Nvidia, Broadcom e Taiwan Semiconductor Manufacturing Co. non hanno ancora commentato, nonostante la giornata di tracollo vissuta ieri in borsa. Le azioni di Nvidia, Amd e Broadcom hanno chiuso in ribasso tra il 7% e il 10%, mentre quelle di Tsmc, quotate negli Stati Uniti, sono scese del 7,6% giovedì. Unica eccezione, Intel, che ha chiuso in rialzo del 2,1% dopo la notizia dell’accordo preliminare di joint venture proprio con il colosso taiwanese.
“Non c’è dubbio che le apparecchiature destinate ai data center diventeranno significativamente più costose… Microsoft ha già iniziato ad adottare un approccio più equilibrato e cauto alla costruzione dei propri data center, e in qualche misura anche Amazon”, nota Gil Luria, analista di D.A. Davidson.
Secondo gli analisti, i costi di costruzione dei data center aumenteranno, anche se l’entità dell’impatto non è ancora chiara. Secondo Dylan Patel, fondatore della società di ricerca industriale SemiAnalysis, la chiave è la classificazione dell’hardware AI. L’amministrazione Trump potrebbe esentare i semiconduttori ma non i circuiti stampati con cui sono venduti, il che significherebbe che sarebbero colpiti dai dazi di Taiwan, ha aggiunto Patel. Ma se anche gli assemblaggi hardware saranno esentati, i costi potrebbero non aumentare di molto.
Il progetto Stargate in bilico?
L’aumento dei costi potrebbe come detto ritardare l’espansione dei data center e, conseguentemente, l’adozione massiva dei sistemi di intelligenza artificiale, facendo slittare anche il piano Stargate, la joint venture da 500 miliardi di dollari tra OpenAI, SoftBank Group e Oracle.
Lo stesso Trump aveva annunciato Stargate all’inizio dell’anno, con l’obiettivo di superare i competitor globali (leggi Cina) nello sviluppo dell’AI. Il progetto prevede – in teoria – la costruzione di 20 data center negli Stati Uniti.
“Era già improbabile che Stargate raggiungesse queste dimensioni anche prima che accadessero questi fatti. Dato lo shock economico rappresentato da queste tariffe, è altamente improbabile che un’impresa così rischiosa riesca a raccogliere una cifra simile in termini di finanziamento del debito”, spiega Luria.
Ma i dazi costituiscono anche una nuova minaccia per i principali fornitori di servizi cloud come Microsoft, Alphabet e Amazon, che già dovevano affrontare lo scetticismo degli investitori per l’enorme budget destinato all’intelligenza artificiale. Non è un caso che ieri le azioni di Microsoft abbiano chiuso in calo del 2,4%, mentre quelle di Amazon e Alphabet sono scese rispettivamente del 9% e del 4%.
“I dazi genereranno con ogni probabilità una contrazione della domanda, il che significa tagli alla spesa per il software e il cloud”, sentenzia Ben Barringer, analista tecnologico globale di Quilter Cheviot”. Alphabet subirà un doppio colpo con la riduzione della pubblicità digitale in un contesto economico più difficile, e anche Meta ne risentirà”.