“Ogni tanto mi chiedo, e me lo sono chiesto spesso durante il 2013: ma perché sto facendo tutta questa fatica per fare un lavoro molto difficile, in un contesto ostile e dovendoci pure mettere i miei pochi denari anziché continuare a fare l’imprenditore?”. Andrea Di Camillo, 43 anni, scopritore-investitore di start up, promotore dell’operatore di venture capital P101, è riuscito a trovare una soluzione positiva: “Dal punto di vista finanziario la risposta ce l’avrò solo con il tempo e sono molto fiducioso, ma dal punto di vista personale veder crescere velocemente tanti progetti, imprenditori e idee mi gratifica”.
A Milano Di Camillo insieme con Marco Magnocavallo ha creato la casa per start up Boox dove alloggiano sigle ormai note come Cortilia, Tannico o Cibando. Per il progetto ha scelto il nome del calcolatore Olivetti considerato l’antenato del pc, perché crede che l’innovazione non sia solo una questione di soldi ma di cultura imprenditoriale, che in Italia deve rigenerarsi. Ha cominciato il 2014 con una raccolta di 32 milioni, coinvolgendo Azimut e Fondo Italiano d’Investimento oltre il management e i promotori. Entro la fine di quest’anno punta a 50-60 milioni.
Ma non sarà facile. Basta ricordare le fatiche del 2013. “Ho cominciato il fund raising di P101 a fine 2012. In 12 mesi ho fatto circa 300 incontri con oltre 170 diversi potenziali investitori, la stragrande maggioranza dei quali italiani. Di questi solo 5-6 investiranno in P101. Probabilmente sono un pessimo fundraiser, ma qualcosa non torna. Questa situazione potrà migliorare con l’entrata in vigore dei benefici fiscali per chi investe, ma penso che gli imprenditori italiani debbano fare un piccolo sforzo culturale: capire il valore dell’investimento nel venture capital non solo come scelta finanziaria ma anche come un modo di avere, a basso costo, una lente sul mercato dell’innovazione e uno strumento per permettere a nuovi e giovani imprenditori di creare aziende, posti di lavoro e nuova ricchezza che alimenterà questo circolo virtuoso”.
Su cosa bisognerà concentrarsi nel 2014?
L’ecosistema sta mettendo a disposizione della nuova generazione di imprenditori sempre più competenze ma ancora poche risorse. Non solo intese come finanziamenti ma anche come cultura dell’investimento che riconosca la possibilità a una nuova azienda di andare oltre la fase di avvio e di sviluppare un business che generi ritorni per gli investitori ma anche occupazione. Mancano gli operatori che allevino nuovi professionisti degli investimenti. Ritengo che uno o più fondi dei fondi, che permettano di sviluppare un sistema di investitori qualificati, sia un pezzo fondamentale che ancora manca. Faccio un esempio: tutti abbiamo letto della superexit di Nest. Prima ancora di pensare alla Google di turno c’è da riflettere sulla dimensione dell’investimento: 165 milioni di dollari. In Italia questa cifra rappresenta più o meno il totale dei fondi disponibili per tutte le possibili Nest.
Qual è il punto debole dell’ecosistema italiano e il punto di forza?
A dispetto della definizione l’ecosistema italiano è scarsamente strutturato e i suoi attori interagiscono poco. Uno degli obiettivi di P101 è creare un network di start up, incubatori, imprese, investitori e professionisti per condividere esperienze, know-how e risorse, ma anche per unire le forze nel chiedere riforme e interventi a favore dell’innovazione. La debolezza del sistema è anche la sua grande opportunità, che abbiamo iniziato a cogliere, unendo le forze con i principali acceleratori italiani, come H-Farm e Nana Bianca.
Le nostre start up sono poche o già troppe?
Non saranno mai troppe. Il punto è la qualità dei progetti, il focus degli imprenditori, e in molti casi l’assenza di cultura dell’impresa in quanto entità economica dotata di regole e finalità chiare: a volte vedo progetti imprenditoriali in cui la raccolta di capitale coincide con un presunto successo. Dovrebbe essere più chiaro che dal momento in cui si raccolgono soldi da altri soci e da investitori aumentano le opportunità ma anche le responsabilità e il “livello dell’asticella” si alza. Per far finta che non sia così si fa ricorso al falso mito della cosiddetta “cultura del fallimento” che viene interpretato in una versione italica abbastanza pericolosa.