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Quintarelli: “La Turchia ci impone riflessioni sulle libertà online”

Il deputato di Scelta Civica interviene sul blocco di Twitter: “Bisogna tenere alta l’attenzione sulle norme che verranno introdotte in Europa”

Pubblicato il 26 Mar 2014

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“Vedere i ragazzi turchi arrivare a scambiarsi indirizzi IP utili ad aggirare la censura imposta dal Governo scrivendoli sui muri fa sorgere la necessità di riflettere a fondo sui pericoli che corre la libertà di espressione su Internet in determinati contesti”. Così il deputato di Scelta Civica ed esperto di nuove tecnologie Stefano Quintarelli.

“Anche i recenti fatti relativi al Datagate ci obbligano a tenere alta l’attenzione su molte delle dinamiche in corso in materia di telecomunicazioni – puntualizza Quintarelli – Penso a ciò che sta maturando in ambito europeo, con le proposte in parlamento sulle quali dovremo essere pronti a dare il nostro contributo per renderle quanto più possibili proficue rispetto ai più recenti sviluppi delle infrastrutture e delle comunicazioni digitali”.

Intanto oggi corte amministrativa di Ankara ha ordinato la sospensione del blocco di Twitter deciso venerdì scorso dal governo del premier Recep Tayyip Erdogan. Lo riferisce Hurriyet online. Il blocco, che aveva scatenato le proteste di buona parte della comunità internazionale, era arrivato circa 6 giorni fa, nell’ambito di un tentativo del governo turco di coprire gli effetti di uno scandalo legato alla corruzione che aveva coinvolto anche il figlio dello stesso Erdogan.

Inizialmente la popolazione poteva bypassare il blocco senza grandi problemi, ma negli ultimi giorni un rafforzamento dello stesso aveva reso l’accesso a Twitter molto più complicato. Secondo le notizie giunte quest’oggi, le autorità di controllo delle telecomunicazioni che avevano istituito il blocco potrebbero fare ricorso rispetto alle sentenza citata, ma nel frattempo l’accesso a Twitter sembra sarà ripristinato ad interim in attesa di decisione definitiva. L’emittente Anadolu cita invece il vice primo ministro Bulent Arinc, che avrebbe affermato che il governo accetterà il verdetto della corte. “Ci può piacere o non piacere, ma certamente lo rispettiamo”, le parole di Arinc.

Twitter ha avviato trattative con il governo turco per ottenere la revoca del blocco deciso nei suoi confronti venerdi’ scorso, riferisce la stampa di Ankara. Secondo il quotidiano Radikal ci sono state consultazioni fra il legale turco di Twitter Gonenc Gurkaynak e la Commissione governativa delle telecomunicazioni Tib. Secondo l’agenzia Anadolu, il social network avrebbe accettato di chiudere l’account di un utente, come richiesto da Ankara sulla base di una decisione della procura di Istanbul. Il governo turco ha giustificato la decisione di chiudere l’accesso a Twitter con l’esigenza di impedire una “campagna di diffamazione” attuata a partire della rete sociale.

Su Twitter da settimane escono registrazioni e documenti compromettenti per personalità vicine al governo, fra cui lo stesso premier Recep Tayyip Erdogan. In un messaggio postato sull’account ufficiale della rete@policy, riferisce Hurriyet online, Twitter ha pero’ negato di avere accettato di consegnare alle autorità turche dati confidenziali dei propri utilizzatori.

Le Nazioni Unite hanno chiesto alla Turchia di rimuovere il blocco di Twitter, definendolo come una violazione del diritto internazionale. “Siamo preoccupati che il blocco di Twitter dal 20 marzo per decisione dell’autority sulle telecomunicazioni sia incompatibile con gli obblighi internazionali presi dalla Turchia in materia di diritti umani”, ha detto ai giornalisti Rupert Coville, portavoce dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani.

“I diritti garantiti ai cittadini offline devono essere protetti anche online – ha continuato il portavoce – Quindi chiediamo alle autorità di annullare il blocco di Twitter“. Colville ha quindi ricordato che già a febbraio l’Onu aveva suonato il campanello d’allarme per la situazione in Turchia, in seguito all’odozione di una legge su Internet che facilita la raccolta dei dati degli utenti e la chiusura dei siti Web. Si tratta, secondo Coville, di misure contrarie alla libertà d’espressione e al diritto alla privacy.

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