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Caccia al manager del futuro, l’Italia ha fame di leader

Abbiamo ottimi Cfo mentre scarseggiano figure più in grado di osare. E’ il momento di agire: per fare innovazione bisogna (r)innovarsi

Pubblicato il 07 Apr 2014

Quanti nuovi Luca Maestri – il nuovo, italianissimo, chief technology officer di Apple – riusciranno a farsi largo nel ricco mercato degli executive in Italia o all’estero? Per i top manager che guidano le imprese Ict non è un buon momento, ma le occasioni e le strategie per emergere non mancano.

I consigli che arrivano dal mondo degli head hunter sono unanimi: diversificare le esperienze, magari “fuori casa”, acquisire capacità di esecuzione rapida e competenza specialistica, accettare i rischi del business, anche in busta paga, e sviluppare una forte leadership in grado di guidare team eterogenei. “Per queste figure il mercato si è quasi fermato in questi ultimi anni”, racconta Claudia Montali, partner di Boyden, società internazionale di executive search. “È raro vedere la creazione di nuove posizioni. Le operazioni straordinarie di fusione e acquisizione, oltre che le ristrutturazioni aziendali, sono, però, fortunatamente in una fase molto avanzata e hanno scontato una ragionevole diminuzione della forza lavoro. Entriamo, per fortuna, in una fase nuova”.

La campagna acquisti è tuttavia ancora in standby. È più facile che siano i candidati a cercare di trovare nuove occasioni, più che le imprese nuovi manager. E quando si aprono posizioni, la prima scelta cade comunque su figure interne da far crescere secondo percorsi di carriera aziendali. “I manager del settore Ict sono in generale molto preparati, responsabili e hanno un forte background di tipo tecnico-analitico. I più ricercati sono sicuramente figure nell’ambito commerciale, marketing e nel segmento del digital o della consulenza, che portano in dote contatti e opportunità di business, perché in eventuali passaggi d’impresa sono già in linea con il mercato”.

Un importante plus è la capacità d’interagire con i mercati internazionali, quelli emergenti o in forte crescita rispetto ai volumi, come Cina, Russia e Brasile. Le nuove occasioni, però, vengono anche da una dinamica nuova, di progressiva contaminazione con il mondo retail, che sta investendo tutto il segmento legato alle tecnologie, al mondo media e delle telecomunicazioni. “Il retail è un segmento adiacente, sempre più vicino, dove si lavora su margini molto piccoli per unità di prodotto e dove conta l’eccellenza nell’esecuzione dei processi. Intorno a questi obiettivi l’Ict forma manager eccellenti, che con la diffusione delle tecnologie digitali, possono trovare davvero buone chance”, sottolinea Mario Pepe, managing director in Russell Reynolds e responsabile dell’area Tmt (Technology, media, telecommunications).

La tradizione manageriale, però, non gioca a favore. Le differenti industrie hanno sempre conservato una certa distanza, evitando contaminazioni e passaggi diretti dall’Ict al mondo manifatturiero o dell’industria. A rompere gli indugi sono stati in passato figure come Roberto Colaninno e di recente, manager come Pietro Scott Jovane, che dalla guida di Microsoft Italia è approdato a Rcs, per altro non del tutto distante dal mondo del digital. “Oggi i percorsi trasversali sono più semplici, e consentono di passare anche a funzioni considerate finora contigue. Governare i processi di digital marketing, per esempio, è una capacità manageriale che può andare bene nel finance e in ogni settore che decida d’investire in quest’area”.

Per Drew Keith, head hunter con responsabilità Emea in Spencer Stuart, c’è perfino una figura che sta beneficiando di questa dinamica e vivendo un momento di grande attenzione. È il chief digital officer, molto ricercato in azienda, dentro e fuori dall’Ict. La cosiddetta “consumerizzazione” – ovvero la migrazione di molti processi, transazioni e comunicazioni via Web e via mobile dal lato consumer al business to business – sta facendo la fortuna di chi ha maturato esperienze anche piccole, ma con tecnologie di punta, nel segmento digital. “Purtroppo la regolazione del mercato del lavoro italiano è molto complessa e il mercato stagnante. I tempi di ricollocazione si allungano. Soltanto 6-7 anni fa i cambi al vertice erano più frequenti. L’offerta di manager, però, è ottima. Metà di quelli che incontro vorrebbe andare all’estero”.

Talvolta – sostengono alcuni head hunter – manager cresciuti nel mondo dell’e-commerce o del digital non sanno di valere sui mercati internazionali o in industrie diverse più di quanto siano quotati in Italia o nel mondo hi-tech. “Passare da Samsung a una banca non è più così complicato”, continua Drew Keith. “La convergenza dei processi s’intuisce pensando a che cosa si può fare oggi con uno smartphone”.

Tra i settori vicini alle Tmt ci sono anche quelli legati al lifestyle e più in generale al quei segmenti del retail più vicini al mondo digitale. In quest’ottica sembra superata, invece, la domanda di esperti in area amministrativa e finanziaria, come era all’inizio della crisi, quando si cercavano manager e chief financial officer (Cfo)capaci di tenere la rotta in tempi difficili. “In Italia abbiamo eccellenti Cfo. Servono, invece, leader che sappiano osare di più, ascoltino e imparino senza pensare di avere risposte confezionate, e imprese che scommettano di più sull’innovazione. I manager del futuro devono essere in grado di rinnovare i metodi di collaborazione, stimolando motivazione e creando opportunità. Non perdano troppo tempo in Confindustria, tornino a incubare idee, magari dialogando con i venture capital”.

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