ITALTEL

Pileri: “Virtualizzazione, così si trasforma il networking”

L’ad di Italtel: “Il settore si sta reinventando, Sdn e Nfv tecnologie strategiche su cui investire da subito. Noi siamo in vantaggio: ci abbiamo creduto per primi”. L’azienda punta a superare 500 mln entro il 2015

Pubblicato il 22 Apr 2014

È la nuova Italtel. L’azienda nata nel 1898 come Siemens italiana e poi passata per varie mani, compresa Stet negli anni Novanta e Telecom Italia nel 2000. Alla guida dal 2010 l’ad Stefano Pileri, ingegnere di 59 anni, ex Cto di Telecom Italia per la quale ha studiato e avviato lo sviluppo della Ngn. Nell’azionariato di Italtel ci sono oggi il colosso americano Cisco Systems e Unicredit, uno dei più grandi gruppi bancari europei.
Ingegner Pileri quali sono le caratteristiche fondamentali dell’Italtel del 2014?
La prima è che non ci stanchiamo di fare ricerca, ma stiamo rilanciando: vogliamo tirare fuori una nuova innovazione ogni sei mesi; in tre anni abbiamo rinnovato il portafoglio prodotto; abbiamo sposato le nuove tecnologie di virtualizzazione delle Tlc e abbracciato lo sviluppo più orientato al web perché l’innovazione è orientata in questa direzione. Qui sono nati i nuovi prodotti come il nostro nuovo framework architetturale “Collaboration at work”.
Avete mantenuto il ruolo di produttore di tecnologie. Cosa avete aggiunto?
Siamo fortemente orientati all’R&D che facciamo in Italia, ma siamo anche diventati un integratore: è importante, nel mercato di oggi. Vuol dire sapersi orientare perché oggi c’è solo l’imbarazzo della scelta nelle tecnologie e bisogna trovare le combinazioni giuste per farle funzionare al meglio per i nostri clienti.
Cisco è vostro azionista di riferimento. Che rapporto c’è?
Ottimo. Di Cisco siamo anche il più importante integratore italiano. Siamo uno dei primi dieci integratori europei, uno dei primi cinque sudamericani. Abbiamo accesso alle loro nuove tecnologie prima che vengano commercializzate, a volte lavoriamo come se fossimo una sola azienda: tutte le proposizioni commerciali, i progetti tecnici, le analisi e le proposte ai clienti italiani sono fatte da Cisco assieme a noi. C’è insomma una relazione molto profonda e molto positiva.
In quali aree siete in vantaggio sulla concorrenza?
Abbiamo giocato molto bene una partita importante per l’innovazione, intuendo prima degli altri lo sviluppo dei Software Defined Network (Sdn) e della Network Function Virtualization (Nfv). Sono due concetti diversi, possono essere complementari, sono molto nuovi e noi abbiamo investito in ricerca da tre-quattro anni, prima di tutti gli altri grandi.
Cos’è per voi la Nfv?
È uno standard per fare in modo che i servizi di rete come le telefonate su IP, le videoconferenze, la condivisione in tempo reale di un documento, non abbiano più bisogno di hardware dedicato ma possano diventare software che girano su hardware commerciale generico. Noi li facciamo girare su server blade con sistemi operativi standard: VMware e il suo competitor Kwm, Kernel-based Virtual Machine su Linux. Trasformando hardware dedicato in software permettiamo agli operatori di Tlc di risparmiare una marea di soldi.
E invece gli Sdn?
È la seconda fase, secondo noi più sofisticata e avanzata. È un modo per gestire tutta la configurazione e operatività degli apparati di networking da una centrale di comando virtuale. E nasce in una maniera molto particolare.
Qual è?
Con una sfuriata di Google al mondo dei fornitori di tecnologia. Una mail molto fredda e puntuale, come fanno loro. Lo conservo ancora, è un documento straordinario: voi del settore networking siete 1) rigidi, 2) costosi, 3) non capite le nostre esigenze. Noi, dicevano, abbiamo 20 datacenter, in cui i singoli job cambiano in continuazione. Il networking, diceva sempre Google, si deve comportare come un’autostrada girevole, che si configura da sé a seconda dei carichi di lavoro. Ecco, questo ci hanno detto e così è nata la dottrina degli Sdn. Da qui è cambiato tutto, perché il settore ha dovuto reinventarsi: per me gli Sdn sono una tecnologia strategica su cui investire da subito. Abbiamo un grande vantaggio anche qui.
Italtel come azienda. Il futuro per voi?
Siamo un’azienda da 375 milioni di fatturato nel 2013, abbiamo l’obiettivo che stiamo raggiungendo di superare i 500 milioni per il 2015. Aumentiamo la nostra profittabilità, siamo sempre più appetibili per il mercato, che è importante perché la grossa sfida sarà finanziare la crescita.
Avete in mente la quotazione?
In futuro potrebbe essere un bell’obiettivo da raggiungere. Prima devono succedere altre cose. Unicredit è un partner vero, si spendono per noi e ci danno un sostegno convinto. Ma comunque si tratta di una banca e credo che nel giro di tre anni possa cedere la partecipazione a soggetti con un focus industriale di lungo termine che possano accompagnare l’azienda alla quotazione, quando sarà il momento.
Il prossimo passo?
Un fondo di equity che ci accompagni alla quotazione mentre noi continuiamo a crescere.
Errori fatti e scelte azzeccate?
Nel 1990 abbiamo perso il treno della mobilità, e questo è stato un errore storico, perché avevamo tecnologie uniche. Invece abbiamo colto le tecnologie IP di internet e questo ci rende più appetibili di tanti come Ericsson, Alcatel e i cinesi di Huawei.
Nel futuro c’è più Italia o più estero?
Tutti e due. Siamo orgogliosi dell’Italia: ci sono mercati inespressi in cui possiamo crescere. Ma adesso i ricavi estero sono al 42% e diventeranno il 46% nel 2014, 50% nel 2015. Puntiamo a Indonesia, Singapore, Malesia, India, dove le reti si trasformano in modo perfetto per le nostre tecnologie. E ad allargare l’America Latina forse a Cile e Messico, oltre a Brasile, Perù, Colombia e Argentina dove continuiamo a crescere.

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