PRIVACY

Eredità digitale al bivio regole, le soluzioni nascono in Italia

Che fine fanno dati e contenuti custoditi online dopo la morte dei proprietari? Sul piatto oltre alla privacy ci sono grandi interessi economici. Notariato in campo per trovare strumenti per normare le info messe in Rete

Pubblicato il 06 Feb 2015

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Tra common law e civil law il tema delle identità digitali e – sua diretta conseguenza sul piano dell’attribuzione della proprietà intellettuale – quello dell’eredità digitale, sono a livello internazionale due faccende ancora piuttosto complesse. Innanzitutto perché oggi il problema non è affatto sentito anche da chi fa ampio uso di social media e da chi dissemina contenuti in rete: per quanto già di partenza, in generale, si tenda a non soffermarsi troppo sui lasciti conseguenti alla propria dipartita, come se non bastasse rispetto a dati, informazioni sensibili e opere d’ingegno presenti sul Web, la percezione che si tratti di beni intangibili ma di valore è quasi inesistente. In secondo luogo, né le società che forniscono i servizi né tantomeno i legislatori hanno ancora chiara la strada per disciplinare pratiche e tecnologie esplose a livello globale solo nell’ultimo quinquennio e in continua evoluzione.

Al momento sono due le impostazioni prevalenti. Nella tradizione del mondo del business americano, le società stanno puntando alla definizione di un’autodisciplina che regolamenti la materia, prima che possa intervenire il governo federale o un ente sovranazionale con regole più stringenti. Oggi la normativa di riferimento è quella della contea di Santa Clara, California. In altre parole, la legge della Silicon Valley. In Europa, anche per far valere orientamenti non così condizionati dalla West Coast, si cerca un quadro istituzionale, meglio se di respiro comunitario.
La novità è che a guidare l’agenda, stavolta, è l’Italia. O meglio, il consiglio nazionale del Notariato, che a maggio 2014 aveva pubblicato un manifesto dedicato proprio ai temi dell’identità e dell’eredità digitale. Si tratta in realtà soltanto della tappa più visibile di un percorso iniziato in tempi non sospetti e che a dicembre, a Milano, è culminato nel primo tavolo di lavoro con la compresenza dei rappresentanti di tutte le parti in gioco.

Per cominciare a disciplinare (ma anche per mettere in evidenza, e cavalcare) il tema, il Notariato ha fatto sponda con Google, Microsoft, l’università Bocconi e lo studio legale Portolano Cavallo, ai quali si è aggiunto il contributo di Stefano Rodotà, coordinatore della commissione per la stesura del “Bill of rights” di Internet. All’incontro ha partecipato l’avvocato Thomas Smeddinghoff, partner dello studio Edwards Wildman Palmer LLP, che ha esposto l’approccio dell’American Bar Association Identity Management Legal Task Force, di cui è membro.

“I temi dell’identità sono cambiati radicalmente dal Web 1.0 al 2.0. E la rivoluzione sarà più traumatica quando entreremo nel Web 3.0, quello dell’Internet of everything”, ha commentato Stefano Rodotà. “L’identità si è sempre manifestata come concetto relazionale, e Internet sta generando frammentazione e insicurezza rispetto a come la si costruisce, e soprattutto a chi la costruisce. Si comincia addirittura a parlare di identità dispersa, visto che per ricostruirla è necessario fare riferimento a formule e algoritmi”. Secondo Rodotà, il bisogno della tutela delle identità parte dall’esigenza di evitare che col tempo diventino inconoscibili. “Se non sono in grado di sapere dove vengono trattano i miei dati, non posso nemmeno sapere cosa altri soggetti stanno costruendo in base a quelle informazioni. Mai come oggi l’identità è riflesso della visione degli altri, con l’aggravante che questa visione in alcuni casi corrisponde a un profilo, al quale saranno sempre di più collegate azioni promozionali e commerciali”.

Ma sul piatto non c’è soltanto la questione del diritto alla privacy e all’oblio, su cui per esempio Google ha già fatto un passo, permettendo agli utenti di chiedere di eliminare le tracce di sé sui server della versione europea del motore di ricerca. Ciò a cui punta davvero il Notariato, toccando gli interessi anche economici degli OTT, è la creazione di uno strumento semplice per la regolamentazione di dati e informazioni sensibili che gli utenti mettono volontariamente, ma inconsapevolmente in rete. Uno studio di McAfee di luglio stabilisce che ogni persona mediamente memorizza sui propri dispositivi digitali beni intangibili che possono valere 35 mila dollari. A chi appartengono una volta che la persona che li ha prodotti o immagazzinati non c’è più? Quali pratiche e presso di chi vanno avviate per entrarne in possesso o limitarne l’accesso a estranei? Ora che le domande sono poste, la ricerca delle risposte può cominciare.

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