PUNTO DI VISTA

“Uber e taxi, errori da entrambi ma una collaborazione è possibile”

Antonio Corrado, imprenditore italiano in Silicon Valley: “I tassisti reagiscono con ostilità all’innovazione disruptive dell’app americana. A sua volta la sede in Italia ha problemi di inesperienza manageriale. Eppure ci sono potenzialità di business per tutti”

Pubblicato il 16 Feb 2015

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Sono Antonio Corrado, vivo tra Milano e San Francisco, mi occupo di modelli di business innovativi tra cui il video streaming. Sono il Ceo di MainStreaming, una Online Video Platform attualmente in espansione nella Silicon Valley.

Il mondo di oggi è pieno di opportunità di business pronte per essere sfruttate, il mercato si trasforma continuamente. Nella Silicon Valley hanno una parola per identificare gli “attori” del cambiamento: disruptor, ossia aziende così innovative da ridisegnare interi mercati, come hanno fatto Uber e Airbnb.

Ci tengo a precisare: non sono legato a Uber né ad organizzazioni portatrici di interesse in questo settore, e per questo mi sento di scrivere in libertà per fare il punto sul mercato dei taxi in Italia e il difficile dialogo tra Uber e tassisti.

I taxi in Italia: come funzionano?
Il comune emette un numero di licenze limitate da assegnare al servizio pubblico dei taxi. Gli aspiranti tassisti inviano la candidatura e partecipano ad un concorso con cui gli viene assegnata la licenza per operare. La licenza non viene pagata, vanno pagate solo le imposte per la partita iva e le relative tasse di iscrizione alla camera di commercio. Il tassista si registrano ad un’associazione (cooperativa) per poter operare nel proprio comune.
Quando un tassista termina l’attività, può consegnare la licenza al comune che la riassegnerà ad un aspirante tassista. Oppure il tassista in ritiro può cedere direttamente la licenza ad un nuovo tassista, se ha i requisiti adeguati per poter operare, senza che debba partecipare al concorso.
L’idea di base è buona, ma qua si creano i problemi: in Italia negli ultimi anni si è nato un mercato di vendita delle licenze in cui gli aspiranti tassisti acquistano a caro prezzo la licenza pubblica dai tassisti che si ritirano. Le cifre arrivano non di rado fra i quindicimila e i ventimila euro, per toccare picchi fino a 200.000 euro (per singola licenza)! Alcuni professionisti si sono indebitati con istituti di credito, hanno chiesto aiuto alla famiglia, c’è chi ha persino venduto la propria abitazione! E stiamo parlando di una licenza senza alcun valore economico di base – il Comune può liberamente emanare e ritirare licenze. Evidentemente il meccanismo non è destinato a reggere. I tassisti e le associazioni dovrebbero inoltre pretendere maggiori agevolazioni sul combustibile, una riduzione del costo delle assicurazioni e del servizio delle cooperative. Queste voci incidono molto sul guadagno dei tassisti. Il servizio dei taxi è definito “pubblico”, ma solo riducendo le tariffe o cambiando il sistema potrà effettivamente dichiararsi tale.

Uber nel mondo
Uber, azienda americana nata nel 2009 e con sede a San Francisco, è un’applicazione per smartphone e tablet che permette di richiedere un’auto con conducente privato, per molti punti di vista simile a un servizio di taxi. Uber rappresenta una rivoluzione della logistica, basta guardare le diverse funzioni per farsi un’idea: si va da UberTaxi (taxi con effettiva licenza) a UberPop fino a UberPool (forme di corsa condivisa con altri passeggeri per abbassare i costi), da UberX a UberBlack a Uber Suv. Addirittura l’azienda ha lanciato servizi come Uber Rush, che permette la consegna di pacchi e lettere in bicicletta, e Uber for Helicopters. In rodaggio anche un servizio di consegna di farmaci. In India Uber ha persino introdotto un “Sos button”: se premuto, vengono automaticamente contattate le forze dell’ordine, in modo da garantire la sicurezza di passeggeri e conducenti.
Uber crea oltre 50mila posti di lavoro in tutto il mondo, con posizioni anche a Milano, e supera i 10 miliardi di dollari di fatturato globale.
Come funziona? Basta registrarsi al servizio con una carta di credito e scaricare su smartphone l’app Uber. Il cliente prenota una corsa tramite app, geolocalizzando l’autista più vicino. Alla fine della corsa il costo viene addebitato in automatico su carta di credito e si riceve per email la fattura: un processo di completa trasparenza. Il cliente esprime un giudizio sull’autista con un voto da 1 a 5 stelle. In caso di feedback negativi, Uber interviene per migliorare il servizio o per rescindere l’accordo col conducente. Anche l’autista dà un voto al passeggero: se il cliente non ha un buon comportamento, Uber può espellerlo dal circuito. Tutto questo migliora il rapporto autista-passeggero, il conducente può visualizzare il profilo del potenziale cliente, garantendo così la sicurezza del servizio e dell’autista stesso. Si genera in un circuito virtuoso di auto-miglioramento.
Il costo del servizio è calcolato esclusivamente in base ai chilometri di percorrenza. Può variare nei momenti di punta del traffico, ma il cambio di tariffa viene indicato sull’app e resta generalmente al di sotto di una corsa in taxi. Il guadagno dell’autista su Uber è l’80% di ogni corsa, da dichiarare nel paese di appartenenza, mentre Uber trattiene il 20%. L’autista dispone dell’estratto di tutti i movimenti sul pannello di gestione dell’account, in un rapporto lavorativo chiaro e lineare. Per le aziende vengono offerti servizi avanzati e personalizzati con un sistema di addebito centralizzato e il riepilogo di tutti i viaggi aziendali, così da gestire più facilmente il budget.

UBER e Taxi: divergenze ed errori da entrambe le parti
Uber ha esportato il proprio servizio in numerose nazioni: il primo passo è l’apertura di una società locale e l’adattamento dei servizi al singolo paese. L’azienda richiede al paese le licenze per poter operare e le propone ai conducenti: generalmente si presenta alle organizzazioni, Taxi e Ncc (Noleggio con Conducente), invitandole ad entrare nel proprio network per essere presenti nell’app. In Italia gli Ncc hanno accolto molto bene Uber e hanno avviato una collaborazione profittevole. Le associazioni di tassisti, invece di cogliere l’opportunità, hanno declinato l’invito e avviato una serie di animate proteste. La più recente è stata nella mattina del 12 febbraio 2015: la presidente di Uber Italia, Benedetta Arese Lucini, ha trovato appeso davanti a casa un lenzuolo con la scritta “Benedetta Arese Lucini è una puttana e riceve in…”, con tanto di indirizzo di casa. A condannare il gesto, fra gli altri, la nota firma Beppe Severgnini con un’accorata denuncia sul Corriere della Sera. A sua volta, Uber ha commesso degli errori, adottando politiche troppo aggressive come UberPop, un servizio che esiste anche all’estero ma che in Italia richiede agli autisti pochissimi prerequisiti (basta avere una patente da tre anni, un’auto a proprio nome, una fedina pulita e non contare sospensioni recenti della patente). Non occorrono ulteriori certificati né licenza di operatori di servizio pubblico.

Uber italiana
L’azienda Uber italiana è composta da un gruppo di giovani bocconiani e partita con i migliori auspici, ma oggi sta accusando alcuni problemi di inesperienza manageriale e gestione delle risorse umane. I problemi denunciati dagli autisti Uber sono sempre gli stessi: scarsa comunicazione interna e difficile reperibilità dei responsabili, la gestione delle problematiche avviene per lo più per email e costringe a tempi di attesa troppo lunghi. Talvolta l’atteggiamento del management viene definito “troppo arrogante”.
Un errore è assegnare incarichi su UberPop con troppa facilità. I clienti lamentano un valore percepito diverso dal valore atteso, lo standing degli autisti è troppo basso e il rischio è di avere a che fare con persone poco professionali.

Conclusioni
Come dicevo in precedenza, Uber genera oggi un fatturato mondiale di oltre 10 miliardi di dollari, quindi più di 8 miliardi di dollari per gli autisti che lavorano con questa piattaforma. L’azienda è giovane e sicuramente conta margini di miglioramento, soprattutto dovrebbe cominciare a porsi in modo meno aggressivo sul mercato, cercando di comprendere le singole esigenze locali, avviando un dialogo e consolidando la propria brand reputation. D’altra parte, sono evidenti le potenzialità di un business del genere, a cui purtroppo le associazioni dei tassisti reagiscono con diffidenza e ostilità, quando non in modo aggressivo (il caso della scritta diffamatoria di cui sopra).
La speranza è che tassisti e Uber collaborino per dare vita ad un sistema di reciproco beneficio.

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