Banda larga, Matteo Dècina: “Governo sulla strada giusta, ma attenzione ai costi”

Servono 6 miliardi di risorse pubbliche per la rete di nuova generazione: evitare che i cittadini paghino due volte. Necessario riprogrammare le Tlc scommettendo su settori chiave come turismo, made in Italy e PA digitale”

Pubblicato il 03 Mar 2015

Maurizio Matteo Dècina

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In questo mese si è discusso sul destino di Telecom Italia e sul futuro della larga banda nella quale l’Italia è agli ultimissimi posti delle classifiche mondiali. Eloquente la classifica di Ookla con la sua speed test map che ci relega di fatto allo stesso livello dei Paesi del terzo mondo.

Le alternative sul tavolo di Palazzo Chigi erano molteplici, dallo switch off del rame con la creazione di una società della rete a maggioranza pubblica e senza la presenza degli operatori, alla fusione Telecom-Metroweb fino alle ultime notizie di oggi sullo stanziamento di 6 miliardi di incentivi che dovrebbero riguardare anche il lato della domanda.

Finalmente il governo a quasi vent’anni dalla privatizzazione si sta muovendo nel verso giusto, forse anche spinto dal fatto che far parte di una Unione Europea comporta il raggiungimento di standard di sviluppo comuni. Lo swich off del rame pare esser stato abbandonato immediatamente alle prime pressioni delle comunità finanziarie che hanno il doppino a garanzia dei loro enormi crediti in Telecom.

E pare esser stata abbandonata l’idea del Premier Renzi, presente tra le altre cose nel suo programma elettorale del 2012, di una rete pubblica a banda ultra larga (almeno 100 mega) a servizio di tutti e senza la presenza di Telecom Italia, così come si legge nella relazione “Rinascimento 2.0, Progetto iFon” presentato a Palazzo Chigi la scorsa estate. Evidentemente i debiti pesano ancora troppo e l’idea di una rete pubblica a servizio di cittadini ed imprese è purtroppo presto svanita. D’altronde Asati nella sua lettera di ieri al governo ribadisce che “la rete in rame è parte sostanziale del sostegno dell’ingente debito causato tra l’altro da quello stesso Governo che negli anni ’97-’99 ne decise una privatizzazione selvaggia”.

A questo punto però la domanda è lecita: se per sopperire agli errori ventennali dei gruppi di controllo privati il governo deve finanziare 6 miliardi di soldi pubblici, rastrellati con una pressione fiscale record, per sopperire alla mancanza di innovazione del Paese, non ci troveremmo di fronte ad un Paradosso? I cittadini non pagherebbero la rete più volte? Ci troviamo dunque a vent’anni di distanza alla paradossale situazione in cui una parte del governo, opposizioni comprese, vuole un ritorno dell’infrastruttura in mani pubbliche considerando i disastri che hanno creato i privati. Ma un ritorno al pubblico sarebbe impossibile poiché i privati avrebbero posto a garanzia della loro Governance il debito.

Lo scorso autunno il professor Piketty, autore del successo editoriale dell’anno “Il capitale nel ventunesimo secolo” nel corso della presentazione nelle aule del parlamento ha evidenziato come l’Italia sia il Paese con il più alto tasso tra ricchezza privata e Pil: circa 700% (dovuto sostanzialmente al valore dei patrimoni e delle rendite private). Contemporaneamente è il Paese con il più basso tasso tra ricchezza pubblica e Pil: -20%. Il segno meno è dato dall’enorme debito pubblico. “Neanche se il settore pubblico vendesse tutti i suoi asset riuscirebbe a ripagare l’onere finanziario cui è soggetto, e se lo facesse, di fatto scomparirebbe” Ma le privatizzazioni non erano state ideate per ridurre il debito pubblico?

Per il momento non ci resta che aspettare altri vent’anni e vedere come si evolverà la situazione. Pensando però che l’impatto benefico sul Pil non derivi esclusivamente dalla presenza di banda, ma bensì dai servizi che vi transitano. Dubito che la stima della Banca Mondiale del 1,21% di crescita utopica del Pil in seguito a penetrazioni addizionali del 10% di banda sia dovuto a partite di calcio in 3D. Oggi la vera sfida è riprogrammare le telecomunicazioni italiane in base a quelle che sono le criticità dei settori chiave, quali ad esempio il Turismo, il Made in Italy, la Sanità, la Sicurezza od il settore pubblico nel suo complesso.

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