Call center, Azzola: “Con Jobs Act rischio dumping per tutto il settore”

Il segretario nazionale Slc Cgil: “Le nuove norme saranno un disastro sia per gli addetti inbound sia per quelli outbound perché consentono tagli rovinosi sul costo del lavoro”. E rilancia: “Contro la crisi servono regole certe sui cambi di appalto e un progetto sistemico”

Pubblicato il 20 Mar 2015

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“Il Jobs Act per il settori labour intensive, come sono i call center, sarà un disastro”. Non usa mezzi termini Michele Azzola, segretario nazionale Slc Cgil, per giudicare le nuove regole del mercato del lavoro varate dal governo Renzi.

Addirittura un disastro. Perché?

Andiamo per ordine, iniziamo con i call center inbound. In quel settore il contratto a tutele crescenti normato dal Jobs Act e le incentivazioni introdotte con la legge di stabilità stanno mettendo in piedi in meccanismo drammatico.

Quale?

Un nuovo imprenditore che partecipa a una gara per i servizi di call center calcolerà il costo del lavoro al 30% in meno, una percentuale figlia della mancata contribuzione. L’effetto sarà quello di riuscire a fare proposte di prezzo sul mercato inferiori rispetto alle aziende che già vi operano e, con tutta probabilità, di vincere la gara facendo dumping sul costo del lavoro. L’occupazione sarà, inoltre, un’occupazione più precaria perché inquadrata con le tutele crescenti e non sarà nemmeno da considerarsi nuova occupazione.

Il motivo?

Le assunzioni che saranno conteggiate per sostenere le ragioni di chi ha voluto il Jobs Act, in realtà non saranno nuova occupazione ma sostituzione di lavoratori messi fuori mercato dal Governo e per i quali la collettività pagherà due volte: una prima per gli incentivi introdotti e una seconda per gli ammortizzatori sociali di chi perderà il lavoro. Complessivamente, i meccanismi messi in moto dal governo non possono funzionare in Italia perché, da noi, mancano norme che tutelano i lavoratori nei cambi di appalto così come avviene in tutta Europa; mancanza che ha impatti negativi non solo sui diritti ma anche sulla qualità del servizio reso. Nella maggior parte dei casi gli addetti ai call center sono lavoratori qualificati a rispondere a quesiti complessi – è il caso dell’Inps, dell’Inail ad esempio – e se non viene garantita loro la continuità occupazionale, in caso di cambio di commessa, a rischiare è tutto il servizio.

Il governo ha mantenuto i co.co.pro per gli addetti outbound. Come giudica la scelta?

Le norme prevedono che si possano mantenere i co.co.pro. previo accordo con le parti. Ma a quali parti fa riferimento il governo? I contratti a progetto oggi sono regolati da due accordi: quello dell’agosto 2013 firmato da Cgil, Cisl e Uil con Assocontact che stabilscono dinamiche retributive crescenti e diritti in tema di maternità, ad esempio. Poi ce n’è un altro firmato da Ugl e una associazione datoriale di nuova costituzione, Assocall che stabilisce la paga oraria a 2,5 euro l’ora, in pratica meno della metà di quella definita nell’intesa dei confederali. Allora a quale accordi si deve fare riferimento quando si decide di mantenere i co.co.pro? A quello a retribuzione crescente oppure a quello che attiva dinamiche di dumping e distrugge i diritti? La crisi occupazionale nei call center andrebbe affrontata con un progetto sistemico per il settore all’interno del quale ragionare sulle modalità contrattuali più opportune. Fatta in questo modo la decisione di mantenere i co.co.pro. per alcune professionalità sembra l’ennesimo favore fatto alle imprese.

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