Fondazione Ugo Bordoni

Frullone (Fub): “Sull’Internet delle cose c’è il rischio chiusura del mercato”

Si stanno imponendo accordi diretti tra grossi operatori e colossi dell’hi-tech, tagliando fuori gli attori nazionali. E le soluzioni proprietarie spopolano, ai danni della libertà degli utenti di cambiare operatore

Pubblicato il 16 Apr 2015

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Ci sono due problemi che stanno chiudendo alla concorrenza il mercato- al boom- dell’Internet delle cose. L’assenza di interoperabilità e standard, da una parte. Gli accordi diretti tra grandi aziende hi-tech e grandi operatori internazionali, dall’altra. Mario Frullone, direttore delle ricerche presso la Fondazione Ugo Bordoni (braccio tecnico del ministero dello Sviluppo economico) mette sul tavolo una questione che “è già all’ordine del giorno all’estero, ma di cui in Italia si comincia a parlare solo da poco, grazie all’impegno delle autorità di regolamentazione”.

Frullone, la Fub ha fatto di recente un evento che parla proprio delle regole che mancano, nell’Internet delle Cose.

Sì. Abbiamo parlato di un settore che sta esplodendo in termini di appplicazioni e servizi e che probabilmente va indirizzato dal punto di vista delle politiche industriali. Non possiamo che all’estero si prendano decisioni che per noi, poi, saranno solo da accettare.

A che cosa ti riferisci?

Mi riferisco a standard per il Machine to machine e a scelte di natura regolamentare. Per il primo aspetto, bisogna distinguere il M2M in due aree. Un ambito industriale, ristretto, e uno in cui le macchine vanno su reti pubbliche. Nel primo caso le macchine possono parlare anche in “dialetto”, con soluzioni proprietarie. Ma adesso sta per esplodere il mercato del secondo ambito, che si appoggia a reti di comunicazioni elettroniche pubbliche. Qui non possiamo più accettare soluzioni proprietarie. Nello smart metering, per esempio, se ci sono soluzioni proprietarie nel contatore, l’utente può avere difficoltà a cambiare operatore dell’energia.

E per le scelte regolatorie, a che cosa pensi?

Ci troviamo di fronte a una nuova tipologia di utenti, i “one million sim”. Che gestiscono un milione di sim. Naturalmente non sto parlando di persone ma di grosse aziende automobilistiche. Che si affacciano direttamente agli operatori telefonici per avere queste sim. Ma anche ad aziende come Amazon. Con il Kindle l’utente non gestisce la sim integrata nel dispositivo. Tutto si gioca nel rapporto tra Amazon e l’operatore. Si aprono così alcune questioni. I grandi operatori multinazionali si trovano ad avere vantaggi rispetto a quelli solo nazionali: solo loro riescono a strappare accordi con le grosse case automobilistihce o con l’Amazon di turno. Dovrebbero essere le autorità europee a regolamentare la questione per garantire una piena concorrenza anche nel machine to machine.

È un tema importante, di cui non parla nessuno

In effetti. I grossi player che stanno chiudendo ora il mercato non hanno interesse a porre il tema. Ma è positivo che l’Autorità dell’Eneriga ne sia consapevole e infatti ha posto questo tema nella consultazione pubblica avviata da Agcom sulle regole del M2M.

Ci sono altre questioni in ballo, per assicurare un buon futuro al mercato?

C’è una questione tecnica: la latenza, cioè i tempi di accesso degli oggetti ai dati. In alcune applicazioni M2M- per esempio di telemedicina, soccorso a distanza- serve un passo oltre rispetto quanto già possibile con il 4G. Servono quelle che adesso già cominciano a chiamarsi “ultra reliable comunications”, con ritardi di pochissimi millisecondi. Sarà un obiettivo raggiunto probabilmente con il 5G.

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