L’Europa alla sfida digitale

Va riconosciuto ad Ansip il coraggio di immaginare una visione “alta” dell’Europa, in un momento in cui l’Unione è messa in discussione. La realizzazione del mercato unico digitale è un pilastro fondamentale. Fino ad oggi ogni Paese è andato per conto suo e molto si è speso a pioggia. L’Italia non ha fatto eccezione, è il caso di voltare pagina

Pubblicato il 05 Giu 2015

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Consigliamo di leggere l’intervista ad Andrus Ansip che pubblichiamo in questo numero di CorCom. Si tratta di un lungo racconto in cui il commissario europeo al Digital single market esprime la volontà di fare “l’Europa digitale” grazie a una nutrita serie di iniziative ed interventi: standard, interoperabilità dei servizi pubblici, abbattimento dei blocchi geografici “ingiustificati”, direttiva audiovideo, revisione dei regimi Iva, nuove regole per le tlc, net neutrality, diritto d’autore, e-commerce, Internet delle cose e via elencando.

“Vaste programme” si potrà dubitare citando De Gaulle, data la complessità del progetto con risvolti su materie in cui i singoli Stati tendono a fare a modo loro. Il terreno non sarà in discesa, come ha constatato il predecessore di Ansip, Neelie Kroes, che pure aveva delineato un’agenda meno ambiziosa ma rimasta incompiuta.Va però riconosciuto a Ansip il coraggio di immaginare una visione “alta” dell’Europa, proprio in un momento in cui l’Unione è messa in discussione nel vissuto emotivo di molti suoi cittadini prima ancora che dalle divisioni dei suoi Stati, non solo quelle finanziarie.

La realizzazione del mercato unico digitale è un pilastro fondamentale se l’Europa vuole giocare in un ruolo alla pari con gli altri grandi player che oggi si disputano la leadership tecnologica globale: Stati Uniti e Cina. Per l’Europa il digitale può essere quello che sono state la Ceca nell’immediato dopoguerra e la Cee successivamente. Dopo il carbone e l’agricoltura, ora tocca ai bit. E in particolare ai servizi che passano su Internet. Gli Stati Uniti rappresentano l’eccellenza tecnologica perché hanno fatto una precisa politica industriale a favore delle imprese della Silicon Valley: regole più leggere rispetto ad altri settori, disponibilità finanziarie a iosa, background di Università di eccellenza come Stanford. Anche in Cina è la politica industriale a tenere banco sullo sviluppo dell’hi-tech: tutela delle industrie da parte dello Stato, concentrazione di investimenti verso il settore, massicci investimenti per la formazione delle élite tecnologiche.

In Europa sinora si è visto poco di tutto questo. Ogni Paese è andato per conto suo e molto si è speso a pioggia. L’Italia non ha fatto eccezione. È il caso di voltare pagina.

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