Delli Noci (Anci): “Hacker anti-burocrazia per la PA”

Il coordinatore dell’associazione Comuni: “La rivoluzione digitale deve esplodere anche nei Comuni più piccoli. Per innescare la miccia dell’innovazione servono manager pubblici in grado di animare il cambiamento. Formazione basata sul life long learning chiave di volta”

Pubblicato il 12 Apr 2016

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«L’Agenda digitale è la vera scommessa su cui i Comuni si giocano il futuro. Ecco perché è necessario che si attivi una forte spinta dal basso per innovare i territori, ma anche i processi interni alla PA». È la convinzione di Alessandro Delli Noci, coordinatore nazionale Anci per l’Agenda digitale nonché assessore all’innovazione tecnologica del Comune di Lecce.

Lei ha da poco assunto la delega all’Agenda digitale in Anci. Quale sarà il filo rosso della sua attività?

Il mio lavoro parte dal presupposto imprescindibile che l’Agenda digitale deve essere un’opportunità per tutti i Comuni, anche quelli più piccoli.

Non è pensabile che questa sia appannaggio solo delle 100 più grandi città. Immagino un programma di sviluppo e di crescita digitale che coinvolga anche i centri con 200 abitanti e che hanno non più di 10 dipendenti: anche in quelle realtà il servizio elettronico deve diventare diritto del cittadino.

Sono anni che i Comuni hanno poche risorse da spendere per l’innovazione. Che fare?

Cambiare la filosofia che sta alla base delle strategie. Smettere di darsi come obiettivo la modernizzazione della burocrazia e, invece, proporsi di eliminarla. Il digitale continuerà a costare – e molto- se servirà a cambiare i processi interni e non a rivoluzionarli, come dovrebbe essere. A mio avviso serve obbligare i Comuni tutti – grandi e piccoli – ad introdurre professionisti del digitale nei loro uffici.

Servono figure con comprovati e-skills in grado di accendere il “motore dell’innovazione” dal basso, come dicevo prima. L’Italia ha recepito per prima le indicazioni fornite dalla Commissione Europea attraverso il framework e-CF (European Competence Framework) e, con la norma UNI 11506:2013, ha efficacemente definito le competenze digitali specialistiche, stabilendo requisiti di conoscenza, skills e buone pratiche.

Ora dovrebbe avere il coraggio di essere anche la prima ad introdurle nella PA. Questa sarà una delle proposte a cui sto lavorando con l’importante supporto di Anorc e che sto presentando all’Anci.

Ma queste figure costano.

Alla PA italiana costa di più il digital divide rispetto al resto d’Europa. E poi non è detto che questi professionisti di debbano occupare solo di digitale, potrebbero curare anche la parte amministrativa.

La rivoluzione digitale non deve passare solo dalla mera dotazione tecnologica, quanto dalle persone, dalle loro professionalità, dalle competenze.

Come passare dalla “teoria del digitale” alla pratica?

La risposta sta tutta in un’adeguata formazione per i dipendenti della PA. Formazione che sia basata sul life long learning e che non sia legata solo all’acquisizione di specifici titoli, ma soprattutto a veri e propri percorsi di riqualificazione umana e professionale.

Oltre alle competenze da dare al personale già in servizio, servirà individuare specifiche figure professionali, sulla falsariga degli “animatori digitali” previsti dal programma “Buona Scuola”.

A che tipo di figura sta pensando?

A una specie di manager della governance digitale, che possieda adeguati e-skills adeguate conoscenze e abilità di e-leadership. Professionisti dalle competenze trasversali, che rispondano in maniera efficace alle esigenze del mercato e alle necessità di riforma digitale nella PA, in grado di gestire non più singoli aspetti ma interi processi tra diversi soggetti, in team e in cooperazione. Ma soprattutto animatori del cambiamento, pionieri dell’innovazione digitale, inarrestabili hacker della PA capaci di sabotare gli ingranaggi dall’interno e di contaminare l’ambiente, scevri dalle catene delle logiche procedurali e burocratizzate.

Vede rischi nell’adozione di queste strategie?

Il rischio vero è che questo progetto di cambiamento, che coinvolge innanzitutto le persone, le identità e le mentalità, possa interessare soltanto le grandi città, più accorte e attratte dalle questioni legate alla digitalizzazione dei processi e delle prassi, ed escludere i Comuni più piccoli, incolpevolmente distratti da altre esigenze e priorità. Che i Comuni capoluogo e i piccoli comuni non parlino la stessa lingua in materia digitale, non è una novità.

E dunque?

La sfida diventa quella della cooperazione, della condivisione dei target. Penso allora alla possibilità il processo di digitalizzazione della PA – nel back office così come nel front office – non sia necessariamente prerogativa del singolo ente ma che venga, laddove sia necessario, gestito dall’Unione di Comuni. D’altronde ci sono già casi di successo nei grandi progetti di PA digitale: i Comuni della Bassa Romagna gestiscono in questo modo tutto il processo legato allo Spid, ad esempio.

Prima ha fatto cenno ai target, agli obiettivi cioè. La PA deve cambiare anche il modo di lavorare? Basta cartellino e via libera al lavoro per obiettivo?

È chiaro che la PA continuerà a lavorare come servizio pubblico e non – almeno non del tutto – come un’azienda. Però, in questo processo di cambiamento, potrebbe essere utile una pianificazione simile a quella triennale delle opere pubbliche. Una sorta di Pianificazione Triennale del Digitale, che regolamenti i processi, stabilisca le priorità, riconosca e raggiunga obiettivi concreti, valutabili e quantificabili.

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