Referendum, Internet non può fare la differenza

Non sarà certo la Rete a supplire alle mancanze informative della tv. Milioni di elettori sono lontani dall’uso di Internet e questi stessi elettori, che saranno comunque decisivi, hanno tutto il diritto di conoscere la sostanza e le conseguenze della riforma costituzionale. La rubrica di Nicola D’Angelo

Pubblicato il 13 Mag 2016

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Conoscere per decidere. Vecchio adagio pieno di verità. L’Italia nei prossimi mesi affronterà il referendum costituzionale e i cittadini dovranno esprimersi sulla più ampia riforma della nostra Costituzione da quando la stessa è stata partorita dai nostri padri costituenti. Tocqueville sosteneva che la democrazia è il potere di un popolo informato, figuriamoci se si tratta di cambiare “le regole del gioco”. Si può essere d’accordo o meno con quanto hanno deciso il Governo e la maggioranza che lo sostiene, ma esprimersi in materia presuppone almeno una certa conoscenza dei temi in discussione. Sarà così? Per il momento stiamo assistendo ad una politicizzazione, non certo nel senso alto del termine.

É evidente, allo stato, solo uno scontro pro o contro Renzi, con quest’ultimo, per il ruolo ricoperto, in netto vantaggio informativo. Si potrebbe dire che siamo alle solite, nel nostro paese tutto si trasforma in guerra tra tifoserie contrapposte. Se non fosse che c’è di mezzo la Costituzione, quell’insieme di norme che Terracini definiva il patto di amicizia e fraternità di tutto il popolo italiano. Eppure una discussione sui temi avrebbe anche il vantaggio di svelenire il clima, di fare del referendum un’autentica opportunità democratica e non un fatto divisivo. Non basterà certo la legge sulla par condicio, utile ma non sufficiente per un’occasione del genere. Il rilevo del referendum costituzionale imporrebbe un impegno straordinario soprattutto delle principali emittenti televisive, le quali dovrebbero organizzare appositi spazi di informazione e di discussione sui contenuti della riforma.

Per raggiungere questo scopo il Parlamento potrebbe adottare una risoluzione che inviti le autorità competenti a richiedere ai soggetti titolari di emittenti private specifici programmi di approfondimento nei loro palinsesti e, per parte sua, la Commissione di vigilanza potrebbe rivolgere una direttiva al servizio pubblico. Tutto ciò in aggiunta alle regole, peraltro poco rispettate, della par condicio. In sostanza, proprio la televisione, che resta il primo strumento d’informazione, dovrebbe avere il compito guida di un autentico e democratico confronto. Forse un’illusione, visti i contenuti e le presenze sul tema referendario fino ad ora andati in onda.

Intanto, tra l’assenza di un reale contraddittorio e dichiarazioni ad effetto, tanti cittadini ancora non hanno capito esattamente in cosa consiste la modifica oggetto del referendum (peraltro il quesito mette insieme l’assenso o il dissenso su argomenti tra loro eterogenei). Non sarà certo la rete a supplire alle mancanze della tv. Milioni di elettori sono lontani dall’uso di Internet (come ben testimoniano le classifiche europee) e questi stessi elettori, che saranno comunque decisivi, hanno tutto il diritto di conoscere la sostanza e le conseguenze della riforma costituzionale proposta. Dovrebbe perciò essere interesse di tutte le forze politiche che il popolo sia adeguatamente informato. È in gioco non solo la Costituzione ma lo stesso modo di concepire il sistema democratico.

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