“Elezioni 2016: boom dei social, ma decide sempre la Tv”

Parla Edoardo Novelli, docente di comunicazione politica all’Università di Roma3: “Abbiamo assistito a un boom di campagne online, anche con contenuti ‘poveri’ prodotti dai candidati. Ma l’ago della bilancia si sposta ancora con i canali tradizionali

Pubblicato il 07 Giu 2016

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La campagna elettorale per le elezioni amministrative 2016 ha visto i partiti e i candidati incrociare le lame in modo sempre più consistente sul web e sui social network. Complici le possibilità di spesa più limitate dei vari comitati, il fatto che la disaffezione verso la politica abbia portato un numero più ristretto di persone a presenziare direttamente alle iniziative elettorali, e la possibilità di indirizzare i messaggi promozioniali “in tempo reale” per campagne più dinamiche.

Ma l’online e i social, pur essendo elementi distintivi di alcune forze politiche, come il Movimento 5 stelle, non sono ancora in grado di spostare davvero l’ago della bilancia di una tornata elettorale. Soprattutto se si è in Italia e non negli Stati Uniti, e soprattutto se gli utenti della rete sono ancora una piccola parte degli elettori, come nel nostro Paese. E’ questo il senso del ruolo del web e dei social nel primo turno delle elezioni amministrative 2016 secondo Edoardo Novelli, ricercatore in Sociologia dei processi culturali presso l’Università degli Studi Roma Tre, dove insegna comunicazione politica. Novelli è tra i fondatori del sito ilgaladellapolitica.it, dove vengono raccolte le campagne di comunicazione dei partiti e dei candidati nelle ultime tornate elettorali, in una sorta di archivio che raccoglie la storia delle elezioni in Italia.

Professor Novelli, quali elementi emergono dalle campagne web e social per le amministrative 2016?

E’ interessante notare come i primi materiali che abbiamo raccolto negli anni siano soltanto “tradizionali”, mentre gli ultimi sono quelli confezionati per diventare “virali” e girare in rete e sui social Network, soprattutto su Facebook. Quale sia stato l’impatto dei social sui risultati delle elezioni finora non è semplice da monitorare. Il Web può essere utilizzato principalmente in due modi: per promozione, e quindi per far circolare i propri materiali in una forma innovativa nuova di fare propaganda. E poi come fonte di “big data”, per incrociare informazione e individuare profili, tipologie di elettori ai quali rivolgersi e comunicare con messaggi “su misura”. Nel nostro caso, a differenza ad esempio di quanto succede in Usa, dove sono molto più avanti di noi su queste tecniche, prevale di sicuro il primo genere di utilizzo dei social, soprattutto perché in un’elezione amministrativa non sono spesso né risorse né competenze per realizzare progetti più ambiziosi.

Come cambiano le campagne elettorali man mano che i social network acquistano un peso maggiore?

La rete è un mare magnum: un tempo, tra gli anni 80 e il 2000, la campagna di comunicazione di un candidato o di un partito nasceva qualche mese prima delle elezioni e procedeva con un format ben definito. Si investiva su un certo numero di soggetti e di messaggi, che venivano poi riproposti durante tutta la campagna elettorale. Oggi è tutto molto più “tattico”, la campagna, anche grazie al Web, si fa in tempo reale, aggiustando la rotta strada facendo. Così la quantità di materiale prodotto diventa enorme: i candidati hanno utilizzato Facebook per pubblicare manifesti in sequenza diffusi in modo virale, confidando che i simpatizzanti li facessero circolare inoltrandoli a loro volta ai propri contatti. Questo significa che se si deve confidare sulla diffusione virale del materiale, questo deve prediligere alcuni registri, e deve essere prima di tutto divertente, originale, accattivante: registri argomentativi che difficilmente scendono nel concreto delle questioni. La novità di quest’anno è la diffusione di materiali molto “poveri”, prodotti dagli stessi candidati con il proprio smartphone, come il video di Giorgia Meloni sui “portoghesi” nella metropolitana di Roma o del sindaco di Torino Piero Fassino e del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano che ballano la Taranta.

Tutte queste iniziative e queste tecniche di comunicazione possono effettivamente spostare il risultato di un’elezione?

Per il momento direi di no. La rete in Italia è frequentata da una percentuale minima di elettori, e non ha ancora tutta questa capacità di mobilitazione. Può essere estremamente utile per “compattare” una cerchia di supporter attorno al candidato: si va per similitudini, simpatie, like, ma non c’è ancora una reale confronto tra realtà diverse, e quindi è difficile intercettare e convincere persone che non facciano già parte di una determinata cerchia. Gli strumenti che spostano il consenso sono ancora nel 99% dei casi quelli tradizionali, a partire dalla televisione. E non è ancora pensabile che l’online possa sostituire questi canali.

In un periodo di bilanci magri per i partiti, l’online offre però la possibilità di diffondere messaggi elettorali a costi contenuti…

E’ vero, ma mi pare ad esempio che nonostante questo tutti i bus di Roma siano stati tappezzati da pubblicità elettorali di molti candidati, e che in pochi abbiano rinunciato alle affissioni, per quanto rispetto al passato i manifesti siano stati di meno e le campagne web siano aumentate. A puntare in modo massiccio sull’online e sul contenimento dello spese sono stati gli esponenti dei 5 stelle, ma per loro questa scelta è stata in un certo senso obbligata, perché è da sempre un loro elemento distintivo, come dimostra la loro campagna per la “restituzione” di una parte dello stipendio dei parlamentari, una delle “fondamenta” del movimento

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