IBM

Rivoluzione Cloud? Solo se va di pari passo con l’IT tradizionale

Al Technical Day di Ibm si è discusso di come la nuvola può ridisegnare i processi organizzativi e di business, a patto che si proceda per gradi. La disruption? È una trasformazione che non deve lasciare indietro l’innovazione dell’infrastruttura esistente

Pubblicato il 16 Set 2016

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Cosa spinge oggi le aziende ad avviare iniziative Cloud? Nella maggior parte dei casi (il 45%) la riduzione del Total cost of ownership, maggiore facilità d’innovazione (42%), miglioramento dell’efficienza operativa (42%) e la possibilità di soddisfare con maggiore prontezza le aspettative dei clienti (40%). Lo rivela l’indagine ‘Tailoring hybrid cloud: Designing the right mix for innovation, efficiency and growth’, condotta dall’Ibm Institute for Business Value su circa mille top manager provenienti da 18 diversi settori. Se il 78% degli intervistati dichiara di avere già progetti Cloud in corso (nel 2012 solo il 34% del campione poteva dire altrettanto), quasi la metà dei workload, il 45%, rimarrà comunque on premise su server dedicati.

Una contraddizione? No, se si osserva il fenomeno dalla prospettiva dell’IT bimodale, la filosofia che integra e rende complementari due approcci spesso posti in antitesi dalla vulgata della digital disruption senza se e senza ma. “Garantire la resilienza del core business facendola convivere con le logiche del time to market e lo sviluppo di nuove applicazioni presuppone un’architettura IT che sia un giusto blend tra soluzioni native del Cloud e tecnologie on premise”, ha detto Stefano Rebattoni, Global Technology Services di Ibm Italia, parlando ieri in occasione del Technical Day di Big Blue, durante il quale, ieri a Segrate (MI), la società guidata da Enrico Cereda ha incontrato partner e clienti per contestualizzare il proprio posizionamento in relazione alle trasformazioni che sta subendo il mercato.

La consapevolezza delle aziende rispetto all’indirizzo descritto da Rebattoni è in realtà più consolidata di quanto si possa pensare. Il Cloud computing ha permesso alle organizzazioni coinvolte nell’indagine IBM di espandersi in nuovi settori nel 76% dei casi, creare nuovi introiti (71%) e supportare nuovi modelli di business (69%), a fronte però di rischi da calcolare attentamente. Le tre sfide principali in questo senso riguardano i requisiti di sicurezza e conformità (47%), la struttura di costo in termini di investimento iniziali e budget per la gestione operativa (41%) e la capacità di ridurre ai minimi termini interruzioni di servizio dovute all’integrazione nell’architettura di nuove soluzioni in Cloud (38%). Tutto questo significa che l’innovazione generata dall’adozione del Cloud, specialmente nella sua modalità ibrida, è possibile solo a patto di continuare a consolidare i sistemi core e tutta l’infrastruttura tradizionale, in modo da massimizzarne l’efficienza e dirottare le risorse risparmiate sulla sperimentazione.

“Con la maggiore consapevolezza dei nostri clienti rispetto ai vantaggi dell’integrazione del cloud con le proprie infrastrutture on-premise, aumentano anche gli investimenti in nuovi carichi di lavoro su Cloud pubblici”, conferma Marie Wieck, GM Cloud Integration di Ibm, commentando la ricerca. “Alcuni fra i nostri migliori clienti hanno piani integrati che prevedono di collocare i carichi di lavoro nel Cloud oppure su infrastrutture on premise a seconda delle caratteristiche specifiche dei workload stessi”.

Per individuare questi elementi, secondo Ibm, ogni fase del percorso di adozione e di creazione di un ambiente personalizzato richiede un’analisi accurata che combini i dati aziendali con quelli relativi all’IT. La risposta del vendor sotto il profilo della Business Intelligence è duplice: Cognos Analytics permette di esplorare le informazioni presenti all’interno dell’azienda incrociando dataset per evidenziare trend ed emergenze in seno all’organizzazione, mentre Watson Analytics integra e completa il primo strumento aggiungendo la semplicità del linguaggio naturale per le query e la possibilità di dettagliare ulteriormente lo scenario con insight provenienti dall’esterno e in particolare dal mondo social. Il secondo task evidenziato da Ibm è la necessità di imparare a gestire la complessità dei diversi partner dell’ecosistema Cloud, sempre più dinamico e interdipendente. Il servizio DashDB, in questo senso, punta a costruire ambienti agnostici in cui offerte e tecnologie provenienti da vendor diversi possono coesistere e comunicare in maniera del tutto seamless agli occhi dell’utente. L’indagine suggerisce infine di ampliare i confini della conformità alla sicurezza e alle normative di legge attraverso nuove competenze interne e soluzioni esterne per ridurre al minimo il rischio legato all’errore umano.

Anche se molte premesse sono buone e gli strumenti a disposizione non mancano, non si tratta comunque di una trasformazione semplice, né tanto meno istantanea. “Come si attua concretamente? In piccola scala, non si può rivoluzionare tutto e i progetti bimodali vanno avviati all’interno di contesti specifici per generare curve di apprendimento in modo da allargare in seguito l’ambito applicativo delle funzioni IT”, ha detto Massimo Pezzini, Gartner VP & Research Fellow, tra i relatori del Technical Day. “Bisogna poi creare metriche e incentivi che mettano a fattor comune le capacità delle due anime dell’approccio bimodale e bilanciare i budget per evitare disconnessioni e debiti tecnici tra le soluzioni dell’una e dell’altra. Congelare gli investimenti sull’IT core è infatti una trappola mortale, perché non innovare, aprendoli, i sistemi legacy, conduce all’incapacità di portare avanti sperimentazioni sul Cloud”.

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