I REPORT

Open innovation: tanto interesse, pochi progetti. Sfida governance per l’Ict

Gli Osservatori Digital Transformation Academy e Startup Intelligence del Polimi segnalano una tenuta degli investimenti in innovazione (+0,5% nei prossimi 12 mesi), ma anche forti difficoltà organizzative. Partnership con le startup frenate dalla scarsa apertura culturale. Corso: “La sfida è combattere la rigidità dei processi e la chiusura di ruoli e competenze”

Pubblicato il 28 Nov 2016

Andrea Frollà

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Erp, big data analytics e business intelligence, digitalizzazione e dematerializzazione. È questo il podio degli ambiti di investimento Ict delle imprese italiane, che nel corso del 2017 spenderanno poco più (+0,5%) di quanto speso durante l’anno in corso. La spesa digitale non riguarderà però le sole direzioni Information & Communication Technology, visto che in 4 aziende su 10 è previsto un budget di spesa 2.0 anche per altre divisioni interne.

A certificare la tenuta degli investimenti e un clima di fiducia nel futuro digitale delle aziende nostrane è la ricerca dell’Osservatorio Digital Transformation Academy della School of Management del Politecnico di Milano, frutto delle risposte date da 205 tra chief information officer e chief innovation officer di aziende italiane e Pubbliche Amministrazioni, presentata in collaborazione con PoliHub assieme all’Osservatorio Startup Intelligence durante il convegno “Open Digital Innovation: imprese e startup insieme per ridisegnare il futuro” in scena oggi. Il panorama che emerge descrive i trend di evoluzione della gestione dell’innovazione digitale e un forte interesse delle aziende verso l’innovazione “aperta”. Rispetto a quest’ultimo aspetto, resta da scontare una latitanza marcata di progetti in campo e alcuni limiti nel rapporto con le startup.

“Le previsioni del budget Ict delle imprese italiane mostrano un quadro più ottimistico di quello degli anni precedenti a cui si aggiunge la presenza di budget dedicati all’innovazione digitale in altre Direzioni, che dimostra come il digitale non sia più inteso come un elemento tecnico-specialistico, ma una leva fondamentale del business nelle imprese italiane – afferma Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Digital Transformation Academy -. A questo accresciuto ruolo dell’innovazione digitale si associa la creazione di unità organizzative dedicate, processo che incontra però sfide culturali interne alle imprese, legate alla rigidità dei processi e chiusura in silos dei ruoli e delle competenze”.

Il budget Ict del 2017 – Oltre il 30% delle imprese tirerà fuori dalla cassa più risorse per l’innovazione, mentre il tasso complessivo di aumento farà segnare a fine anno prossimo un aumento lieve (tra 0,5 e 0,6%). Quest’anno si chiuderà con una crescita di investimenti in innovazione rispetto alla spesa corrente (che scende al 66% del budget Ict). A trainare il segno più sono soprattutto le grandi imprese, mentre nelle grandissime prevale ancora l’effetto della razionalizzazione e del consolidamento.

Rispetto ai segmenti di spesa, spicca il primato dei sistemi Erp (46% di preferenze), dal consolidamento delle applicazioni allo sviluppo e al rinnovamento delle soluzioni. Il secondo posto se lo aggiudicano ex aequo gli ambiti business intelligence, big data e analytics da un lato, digitalizzazione e dematerializzazione dall’altro, con una percentuale di interesse pari al 39%. Seguono a distanza lo sviluppo e rinnovamento dei sistemi Crm (27%), le soluzioni di e-commerce (tra cui mobile commerce, web social commerce, mobile payment) e quelle di mobile business (22%). Da segnalare anche l’effetto delle misure annunciate verso l’Industria 4.0, con il 17% dei responsabili intervistati che dichiara una forte attenzione verso smart manufacturing e IoT.

La governance dell’innovazione digitale – Mettere sul piatto i soldi naturalmente non basta e la partita dell’innovazione digitale si gioca molto sul versante organizzativo. Sotto questo punto di vista il rapporto del Polimi descrive l’esistenza di processi faticosi. Per quasi il 60% delle imprese c’è da affrontare la difficoltà di inquadrare processi e meccanismi di coordinamento e cooperazione tra le direzioni. Mancanza di competenze digitali e relativi meccanismi di scouting, assessment e sviluppo all’interno dell’organizzazione sono un altro grande ostacolo per la metà delle società italiane. Se i problemi ci sono, ciò che manca è una strategia concreta. Solo nel 19% dei casi esiste infatti una direzione innovazione, mentre la maggior parte delle imprese adotta team dedicati a ogni specifico progetto (40%) o una gestione occasionale (31%) o ancora fa riunire periodicamente un Comitato innovazione interfunzionale (10%). Dove presente, la direzione innovazione svolge attività soprattutto di sperimentatore per la valutazione delle opportunità, lo sviluppo di proof of concept e scouting di innovazione. Ancora limitato, invece, il ruolo nella conduzione dei progetti, nella gestione diretta di budget, nella sensibilizzazione e nella contaminazione in azienda.

Open innovation: tanto interesse, poche iniziative – I manager delle imprese italiane sono ormai convinti che, tramite l’open innovation, il processo di innovazione diventi più agile, interattivo e aperto. Ciò significa non solo un’apertura verso i tradizionali fornitori di tecnologie e servizi Ict, ma anche nei confronti di startup, centri di ricerca, clienti guida e persino concorrenti. In Italia, le principali fonti di innovazione negli ultimi 3 anni sono tuttavia ancora piuttosto “tradizionali”: i vendor e i sourcer di tecnologie (40%), le linee di business (38%), i clienti esterni (29%) e le società di consulenza (26%).

Nelle previsioni per i prossimi 3 anni, queste fonti sono comunque quasi tutte in calo, anche in modo significativo come vendor-sourcer e società di consulenza (rispettivamente -28% e -29%). Ne emergeranno altre fino a oggi di minor impatto: le unità interne di ricerca (+26%), le università e i centri di ricerca (+40%), i clienti (+18%), le aziende di altri settori (41%) e soprattutto le startup, che passano dal 4% al 16% nelle preferenze. Insomma, è in atto più di qualche mutamento nello scenario generale. Scendendo più nello specifico, però, a questa attenzione non sta corrispondendo un insieme di azioni concrete diffuse: il 45% delle imprese non ha ancora intrapreso alcuna iniziativa di open innovation, mentre il 35% si sta muovendo attraverso collaborazioni con università e centri di ricerca; il 20% realizza partner scouting su aziende consolidate e il 18% sviluppa progetti di startup intelligence. Solo l’11% ha realizzato call4ideas, il 9% ha sperimentato hackathon e il 7% acquisizioni.

Il ruolo delle startup – Tra i potenziali protagonisti dei piani di open innovation ci sono sicuramente le startup. Un potenziale che però è ancora su carta: il 70% delle aziende intervistate non ha mai collaborato con una startup come fornitore. Le cause? Su tutte la mancanza di risorse e di condizioni che permettano di focalizzare l’interesse su questa fonte di innovazione/servizi (68%) e l’assenza di strutturazione e preparazione da parte delle funzioni aziendali interne (54%). Del restante 30% che ha collaborazioni attive con startup come fornitori, quasi la metà (46%) è rappresentata dalle grandissime imprese.

“Le imprese ricercano modelli più agili e una cultura più aperta e sperimentale per affrontare le iniziative più innovative e per contrastare i fenomeni della digital disruption – afferma Stefano Mainetti, responsabile scientifico dell’Osservatorio Startup Intelligence -. Startup, centri di ricerca, università e clienti sono le principali fonti di innovazioni a cui i manager guardano per il futuro. Ciononostante, la strada è ancora lunga e non sono molte le imprese che hanno intrapreso azioni concrete e non estemporanee di open innovation”.

Tra i principali benefici delle startup come fornitori ci sono soprattutto l’apertura culturale in azienda e la contaminazione continua, utili per rivedere i modelli di gestione e indicate dal 57% delle imprese, lo sfruttamento dell’innovazione per il lancio di nuovi prodotti/servizi innovativi e l’apertura di nuovi mercati (55%), e la riduzione del time to market o l’accelerazione del processo di sviluppo tramite esternalizzazione di parte dello stesso (45%).

Particolarmente apprezzata anche la struttura organizzativa, snella e flessibile delle startup che favorisce un coordinamento semplice. Nonostante questi aspetti positivi, non è tutto rose e fiori. Spesso la cultura interna non è abbastanza “aperta” (40%), oppure la startup non è abbastanza matura alla finalizzazione del servizio (34%) o c’è uno scarso orientamento al B2B (22%).

“Sono poche le imprese che hanno utilizzato startup come fornitori, ma questa collaborazione può dare consistenti frutti come dimostrano le esperienze delle 24 imprese salite a bordo dell’Osservatorio Startup Intelligence – rileva Alessandra Luksch, direttore degli Osservatori Digital Transformation Academy e Startup Intelligence -. Non si tratta solo di ottenere risultati di business tangibili velocemente, spesso a bassissimi costi, con fornitori innovativi, veloci e flessibili, ma di trovare un nuovo entusiasmo da parte dei propri collaboratori nel condurre i processi di innovazione e nel rendersi promotori e imprenditori di soluzioni innovative”.

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