OSSERVATORIO POLIMI

Fintech, sul piatto 26,5 miliardi di dollari. E’ sfida banche-OTT

La fotografia scattata dall’Osservatorio Digital Finance Polimi. L’Italia rischia di perdere il treno: siamo in ritardo su big data, intelligenza artificiale e blockchain. Ma la partita è ancora tutta da giocare. Giorgino: “Innovazioni porteranno inesorabilmente attori finanziari e bancari a modificare proprio modo di operare”

Pubblicato il 31 Gen 2017

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Si allarga il terreno di gioco, entrano sempre più player innovativi, cambiano processi e servizi. Eppure l’ecosistema italiano del fintech non è ancora pronto a cogliere i grandi cambiamenti in corso e mostrando un ritardo nei trend tecnologici più significativi. Lo rivela la ricerca dell’Osservatorio Digital Finance della School of Management del Politecnico di Milano presentata oggi al convegno “Digital rethinking nel banking e finance”. Dal 2011 a oggi sono nate a livello internazionale oltre 750 nuove aziende, con oltre 26,5 miliardi di dollari di finanziamenti raccolti, che stanno creando anche opportunità di collaborazione con un forte attivismo in particolare sui servizi bancari di base del mondo finanziario (funding & lending).

L’indagine svolta dall’Osservatorio rivela come la categoria più numerosa tra le startup, il 58%, sia quella dei servizi di Banking, seguita dagli Investment Services (21%) e poi da altri servizi (17%). Il banking è anche la categoria che raccoglie i maggiori finanziamenti, il 72% del totale, con un particolare successo per le startup di Lending & Financing che da sole rappresentano il 59% (circa 16 miliardi di dollari). Il 96% delle startup fintech si rivolge direttamente al consumatore o a un’azienda non finanziaria, ponendosi quindi come concreta alternativa alle banche anche come target. Seppure molte “non riusciranno a disintermediare il mondo finanziario tradizionale, ne diventeranno un partner utile per i loro obiettivi”.

Si diffondono poi le Application Program Interfaces (Api), infrastrutture che consentono alle organizzazioni di diventare più “aperte” nonché di integrarsi con nuovi attori e di modificare il proprio assetto, e si inizia a comprendere il grande valore delle informazioni anche se oggi solo il 40% degli istituti finanziari cita i Big Data Analytics nei suoi piani strategici. Il patrimonio informativo sui clienti è senza dubbio un patrimonio da scovare, estrarre e raffinare per essere messo a valore in tutti i processi aziendali. Ma i dati incidono ancora poco negli istituti finanziari, in particolar modo al vertice: solo il 40% dei maggiori istituti finanziari a livello internazionale ne fa riferimento all’interno dei propri piani strategici e la percentuale è addirittura più bassa, 35%, per gli istituti italiani inseriti nel Ftse Italia Banche.

Anche l’intelligenza artificiale sta rendendo più efficienti i processi di investimento nell’Asset Management. Ciò nonostante, rileva l’Osservatorio del Polimi, oggi solo il 18% degli istituti tradizionali utilizza strumenti digitali avanzati. Mentre una certezza riguarda l’inizio della rivoluzione Blockchain, la tecnologia per le transazioni nata con i Bitcoin, anche se sono ancora poche le banche sperimentatrici, di fronte all’incertezza su prospettive e tempi di utilizzo. Il mondo finanziario è sempre più attento a questo fenomeno nato con la criptovaluta Bitcoin e poi esteso ad altri ambiti, che ha potenzialmente impatto su tutte le transazioni, con benefici su costi, ottimizzazione dei processi, sicurezza, fonti di revenue, anche se c’è ancora incertezza sugli ambiti applicativi in cui sarà utilizzabile e sull’entità dei benefici rapportati agli investimenti. Le banche italiane guardano con attenzione al Blockchain, ma sono ancora poche le “sperimentatrici”.

In questo contesto, di fronte a una riduzione della marginalità, mentre i requisiti di capitale sono aumentati negli ultimi anni e il valore di mercato è sensibilmente diminuito, il cambiamento nel sistema finanziario appare una scelta obbligata: “Il mondo finanziario e bancario è chiamato a cogliere la rivoluzione digitale aprendosi all’innovazione ed utilizzando strumenti per la digitalizzazione dei processi, ad una gestione più consapevole e a maggior valore del patrimonio dei dati interni ed esterni, fino ai sistemi transazionali evoluti, come la Blockchain – spiega Marco Giorgino, responsabile scientifico dell’Osservatorio Digital Finance -. L’ecosistema italiano appare ancora in ritardo su questi fronti, ma le innovazioni in atto e quelle ancora all’orizzonte porteranno inesorabilmente gli attori finanziari e bancari a modificare il proprio modo di operare, trasformandoli radicalmente sia al loro interno che nelle modalità con cui servono i mercati”.

Nel mondo Finance sono già entrati diversi colossi del Web, come Google, Facebook, WeChat, Apple Samsung e Alibaba: “Nel breve-medio periodo gli istituti finanziari accusano un ritardo, in ambito digitale in termini di efficacia ed efficienza, rispetto ai grandi attori digitali internazionali e su alcuni servizi dovranno sottostare alle loro condizioni – dice Marco Giorgino -, ma da un attento monitoraggio della concorrenza e da una corretta valorizzazione dei propri asset, gli istituti finanziari possono estrarre il potenziale per mantenere nel lungo periodo un vantaggio competitivo anche in campo digitale”.

Per fronteggiare la competizione allargata gli attori bancari oggi possono fare leva su due importanti vantaggi, sottolinea il direttore dell’Osservatorio Digital Finance Filippo Renga: “Il patrimonio informativo di inestimabile valore nel rapporto con il cliente e la sua conoscenza pervasiva. Fondandosi su questo, con le analisi big data, possono valutare con maggiore velocità e precisione il merito di credito di un cliente, anche anticipandone i bisogni. Automatizzando il processo di investimento, invece, possono posizionarsi in modo complementare rispetto all’offerta tradizionale, ad esempio rivolgendosi a un target molto specifico”.

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