CONVEGNO AGCOM

5G, la grande promessa. Ma prima costruiamo il terreno

Industria e istituzioni a confronto in un convegno Agcom sulle prospettive lanciate dallo standard mobile di nuova generazione. Le attese per il business, le sfide regolatorie, le strategie degli Stati per superare gli ostacoli al raggiungimento del target. Disponibilità frequenze al centro del dibattito

Pubblicato il 29 Mar 2017

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Il conto alla rovescia è partito: 5G in rampa di lancio per il 2020, e raramente le aspettative sono state così alte per una tecnologia. Perché promette di essere driver per la trasformazione delle industrie (dalle smart car ai droni fino all’healthcare), ma anche perché i mercati che promette di attivare prospettano valori enormi: la realtà virtuale potrebbe valere nel 2025 110 miliardi di dollari, secondo Goldman Sachs. Una mega-“piattaforma” che rappresenta innovazione tecnologica, standard globali, abilitatore di economie di scala. Ma davvero serve ragionare sulle “use case” che si prospettano, o queste non vanno invece lasciate al mercato? E’ la domanda rimbalzata fra le aziende presenti al convegno Agcom sullo “Sviluppo del 5G: evoluzione o rivoluzione?” che ha raccolto rappresentanti di industria e istituzioni per fare il punto sulle sfide lanciate dallo “standard” del futuro. Sfide tecnologiche, ma anche industriali e regolamentari di fronte a uno shift delle tecnologie di comunicazioni completamente innovativo. Il seminario, aperto dal presidente Agcom Angelo M. Cardani, ha visto riuniti Maurizio Décina (Polimi), Antonio Nicita (Agcom), Alessandro Casagni (Huawei), Dino Flore (Qualcomm), – David Soldani (Nokia) – Lasse Wieweg (Ericsson) con la mediazione di Vincenzo Lobianco (Agcom). Sulle sfide regolamentari si sono confrontati Gérard Pogorel (Telecom ParisTech), François Rancy (ITU), Jonas Wessel (PTS) ed Eva Spina (Mise). E’ intervenuto il sottosegretario alle Comunicazioni Antonello Giacomelli.

Come sottolineato da Flore (Qualcomm), le aziende chiedono certezze per poter arrivare al lancio del 5G: e la certezza base sono le “autostrade” su cui dovrà girare, le frequenze. La banda 700Mhz che, come ha ricordato François Rancy (ITU) rappresenta il “dividendo digitale”, e che per l’Italia non arriverà prima del 2022, e la banda C (3,4-3,8 Ghz): ovvero una porzione di spettro più ampia rispetto a quello previsto dal bando di gara Agcom, in modo da rendere “agibile” lo spazio frequenziale per gli operatori interessati allo sviluppo del nuovo standard. “Ora si tratta di renderle disponibili” ha detto Rancy. In questo senso qulacosa si sta muovendo. Lo stesso commissario Agcom Nicita ha detto che “stiamo collaborando con il Mise per valutare nuove porzioni di spettro nella fascia 3.4-3.6 che non erano messe all’asta”. Inoltre, in vista “accelerazione del refarming del lotto B” (3,6-3,7, ndr).

Il 5G è un punto d’arrivo che mobiliterà ingenti risorse: si prevedono, spiega Rancy, investimenti per 56 miliardi entro il 2020, “ma sarà solo l’inizio”: ne serviranno 1.000 miliardi a livello globale nel giro di poco tempo. L’Italia ha dimostrato di sapersi districare nel nodo frequenze, ha riconosciuto l’attuale direttore del bureau Radiocommunication dell’Itu, grazie all'”architettura” proposta da Giacomelli per risolvere un problema di interferenze “vecchio di 10 anni”. E potrebbe trovarsi in pole position rispetto agli altri Paesi europei con la liberazione entro il 2020 delle frequenze “alte” (3,4-3,8 Ghz, appunto) nel lancio del 5G: la stessa Svezia, eterna capofila nell’innovazione, potrà renderle disponibili solo nel 2023.

L’Italia ha accelerato con l’iniziativa delle “Cinque città in 5G” grazie alla messa a disposizione di 100Mhz di spettro: quei 100Mhz che, specificano le aziende, sono decisive per l’implementazione del nuovo standard da parte di ogni operatore. Il tema frequenze è cruciale per l’Italia, ha detto Alessandro Casagni (Huawei) che ha lanciato l’auspicio di una regolamentazione cross industry e ricordato che lo sviluppo del 5G potrebbe portare a un nuovo concetto: il “Wireless to the X” (WttX) per le abitazioni, complementare al Fiber to the Home.

Anche David Soldani (Nokia) ha ricordato il rischio jeopardize per assegnazioni di porzioni di spettro insufficienti. Per Lasse Wieweg (Ericsson) va assolutamente chiuso il gap perché il 5G ha assolutamente bisogno di più spettro a disposizione. Su questo fronte l’Italia ha recuperato terreno, come ha ricordato il sottosegretario Giacomelli. Tema su cui è tornata Eva Spina (Mise) che ha ricordato come il Paese abbia risolto il problema interferenze con i Paesi confinanti con un lungo lavoro di tavoli di coordinamento. Ora, secondo Spina, di fronte a temi ad altissimo tasso innovativi, serviranno anche regole innovative: una sfida tutta da verificare.

Sul tema bilanciamento degli investimenti ha puntato Gérard Pogorel (Telecom ParisTech), che ha indicato criticità nel “metodo” asta frequenze specificando come, lato operatori, le risorse investite nelle gare per l’aggiudicazione di porzioni di spettro rischino di impedire investimenti nelle reti. “Alcuni studi dimostrano che non esiste un raporto diretto fra soldi spesi nelle aste e benefici per l’industria” ha detto auspicando quindi prezzi base per le aste “calmierati”. “Vero che i budget pubblici in Europa sono sottoposti a gravi pressioni – ha detto – ma va considerato un tema centrale il bilanciamento fra la gestione della risorsa pubblica e le esigenze dell’industria”.

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