Agricoltura 2.0, Renga: “E ora digitalizzare tutta la filiera”

Il direttore dell’Osservatorio Smart Agrifood del Politecnico di Milano: “Banda larga e PA efficiente. Così nasceranno i nuovi modelli”

Pubblicato il 23 Set 2016

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«Gli agricoltori sono pragmatici: se intravedono un beneficio implementano». Filippo Renga, docente del Polimi e direttore dell’Osservatorio Smart Agrifood del Politecnico di Milano, delinea a CorCom le sfide digitali che attendono l’agroalimentare italiano.

Tra queste, spiega Renga, la più importante è “digitalizzare l’intera filiera”. Se infatti buona parte dei nostri agricoltori utilizza già sensori, droni, big data e applicazioni digitali, il problema è nel rapporto tra produttore e gdo, dove il digitale fatica a conquistare spazio.

Renga, qual è lo scenario italiano dell’agricoltura hi-tech?

L’agroalimentare Made in Italy mantiene ancora oggi un primato all’estero in termini di prestigio, ma c’è bisogno di un continuo investimento in innovazione per evitare che il fermento svanisca. Noi stiamo concentrando le nostre ricerche su cinque elementi. La dematerializzazione delle procedure, che può essere molto efficace. La tracciabilità, utile per garantire più sicurezza, meno sprechi e segmentazione dell’offerta. L’agricoltura di precisione, che riguarda sia l’utilizzo delle risorse sia l’allevamento e il monitoraggio degli interventi. L’Internet of Things, che significa: sensori che controllano produzione, trasporto e qualità; big data per valutare fattori come il meteo e la protezione ambientale; droni, che permettono fertilizzazione mirata e lotta alle infestazioni. Infine la qualità ambientale e alimentare, che queste soluzioni hi-tech possono innalzare.

Gli investimenti iniziali sono il grande ostacolo alla creazione di modelli di agricoli 2.0?

Lo scoglio è iniziale, ma una volta a regime i sistemi digitalizzati sono economicamente convenienti. Il mercato agricolo italiano usano già da 10 anni i wearable sui bovini da latte, verificando produzione e problemi sanitari. La maggior parte degli agricoltori utilizza già delle applicazioni digitali per gestire l’irrigazione. Anche i big data sono già diffusi, così come i sensori soprattutto nella vitivinicoltura. Molti dei contoterzisti che lavorano nei campi hanno sul tablet le mappe dell’area che lavorano e quantificano il conto dei metri arati tramite gps. La tecnologia è inoltre un alleato della difesa del Made in Italy: supporta il passaggio di differenziazione e riconoscibilità fino al produttore finale e aiutando la lotta anti-contraffazione.

Esiste il rischio di una filiera agricola 2.0 digitalmente incompleta?

Gli agricoltori sono molto pragmatici: se intravedono un beneficio implementano. Ma in alcuni segmenti agricoli i margini sono così bassi che gli investimenti spaventano e la digitalizzazione si ferma poco prima della trasformazione, pecca nel rapporto tra produttore e gdo. La sfida è digitalizzare l’intera filiera. Sicuramente la banda larga sarà un abilitatore di digitalizzazione. Serve poi una Pa efficiente, che elimini gli ostacoli burocratici, favorisca un maggiore scambio di informazioni e segua le linee della Politica agricola comune.

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