L'INTERVISTA

Ainio, Banzai: “Amazon non ci fa paura”

Parla il numero uno della Internet company italiana: “Abbiamo messo a punto
un modello di business basato sulla pubblicità. E guadagniamo”

Pubblicato il 07 Feb 2013

Paolo Ainio è rimasto affezionato al suo ufficio in un cortile di Corso Garibaldi a Milano, dove poco più di quattro anni fa tornò in Rete, anche se adesso la “fabbrica” sta altrove, in un edificio dove prima si giocava a squash. Non solo perché ha casa lì vicino, ma per lasciare i suoi liberi di fare e mantenersi lui libero di guardare avanti. Una necessità per chi da quasi un ventennio fa business su e con Internet. A metà degli anni 90 era nella squadra (Matrix) che inventò il primo portale web (Virgilio) e la prima concessionaria digitale in Italia (Active Advertising). Poi fece confluire l’impresa (e la sua cultura) in Telecom Italia, quindi lasciò tutto con non irrilevante soddisfazione economica e si prese un po’ di vacanza, dalla quale tornò talmente carico da chiamare Banzai la nuova impresa creata con un gruppo di “naufraghi” della bolla Internet d’inizio millennio.
Quel grido di entusiasmo e incoraggiamento dalle connotazioni belliche ha funzionato: con 370 collaboratori, 130 milioni di fatturato, 15 milioni di utenti mensili, oltre 8 registrati, Banzai è di fatto la prima vera Internet company italiana, attiva nell’e-commerce e nei media. Talmente interessante da aver attirato un cavaliere della finanza come Matteo Arpe, che finora ha faticato dietro banche e assicurazioni e ora punta deciso sull’economia digitale con la sua Sator, che diventa socio importante tanto quanto Ainio, finora azionista di maggioranza (con circa il 40%). Una svolta e un segnale per tutto il mercato.
“Si tratta di un aumento di capitale che cercavamo almeno da un anno e mezzo”, dice Ainio. “A causa della crisi abbiamo raggiunto nel 2011 l’obiettivo di Ebitda positivo che ci eravamo prefissati per il 2009. Poi servivano nuovi capitali per la crescita, che adesso possiamo seguire secondo due linee: investire su ciò che già facciamo e crescere con acquisizioni nell’e-commerce e nei media. Per questo abbiamo deciso di cedere l’attività di consulting non strategica”.
E-commerce e media digitali. Settori l’uno dominato da colossi come Amazon e l’altro dove la marginalità è sempre risicata.Come si fa a fare business?
Amazon è un mostro a molte teste, che fa web hosting (dove guadagna), publishing ed e-commerce. Ma nei mercati europei non ha quote superiori al 15% nei settori a noi omologhi (elettronica e abbigliamento).
Vuol dire che non fa paura?
In Italia sono pochi i player nazionali che negli ultimi anni hanno scelto di investire, a parte noi che dal 2008 abbiamo dedicato risorse importanti alla tecnologia e continuiamo a crescere. Amazon alza il livello del servizio, ci costringe a fare meglio ma fa diminuire la marginalità.
Qual è la soglia minima di fatturato per restare sul mercato?
50 milioni. Noi siamo sui 103.
Ritiene che siano necessarie aggregazioni tra operatori di piccole o medie dimensioni?
Saranno inevitabili acquisizioni. E noi siamo un polo di aggregazione; siamo il maggior operatore sul mercato italiano.
Ma non avete una presenza fuori dal territorio nazionale.
L’estero non è una priorità. Siamo concentrati sulla crescita in Italia. L’e-commerce è per sua natura legato al territorio, sono limitati gli acquisti cross country, da un Paese all’altro. Per noi è importante un servizio su misura per il Paese in cui operiamo. Il pil si sposta sempre più dal fisico al digitale, la crescita è assicurata dall’andamento del mercato. Basta esserci con le giuste strategie e gli investimenti adeguati.
Con l’editoria digitale è più difficile guadagnare.
Abbiamo messo a punto un modello di business basato sulla pubblicità. E guadagniamo. Non credo ai paywall, ai contenuti a pagamento. Il modello è sostenibile anche se non è ricco.
Perché allora l’industria tradizionale non riesce?
Non si tratta di avere idee, prodotti o genietti. Servono investimenti pesanti in tecnologia e una struttura leggera, dove le macchine riescano a potenziare il lavoro degli uomini e a renderlo sostenibile economicamente. L’industria editoriale tradizionale non ha ancora ben compreso questo punto. Servono milioni in tecnologia, tanto software e molti ingegneri.
Lei ha creato due grandi start-up. E sostiene che bisogna avere il coraggio di mostrare la Porsche. Che cosa vuol dire?
Oltre la battuta c’è un tema culturale importante che è anche molto pratico. Per far sì che fra i giovani si crei la motivazione a fare impresa servono storie di successo. Il denaro ha sempre accompagnato lo sviluppo, resta una molla fondamentale. Abbiamo bisogno di esempi di chi è riuscito a farne abbastanza da potersi permettere una Porsche.
E il lato pratico?
In Italia la difficoltà non è il funding ma l’exit. I soldi per partire si trovano se si ha l’idea giusta e si riesce a fare networking. Se uno è bravo e intraprendente, riesce a trovare anche i 2 milioni per un progetto importante. Ma quando l’azienda ha bisogno di entrare nel secondo stadio e deve crescere? La Borsa in Italia non è una prospettiva realistica. Le banche sappiamo tutti come ragionano. E player industriali che fanno acquisizioni pagando il giusto le imprese innovative sono pochi se non rari.

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