LE VERTENZE

Alcatel-Lucent, si tratta su 40 esuberi

Riunione al Mise tra sindacati e azienda. Sul piatto altri cinque mesi di cassa integrazione in deroga e un ritocco agli incentivi per l’esodo. C’è tempo fino al 7 maggio per trovare un accordo. Intanto Micron annuncia per la prossima settimana la procedura di licenziamento collettivo

Pubblicato il 24 Apr 2015

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Prima riunione al Mise sulla vertenza Alcatel-Lucent. Dei 43 esuberi annunciati dall’azienda, intanto, ne sono rimasti sul piatto 40. E sulle loro prospettive occupazionali si è svolto oggi il confronto tra i vertici italiani dell’azienda e i sindacati. Il tempo per trovare un accordo scadrà il 7 maggio, e nel frattempo i sindacati hanno annunciato uno sciopero di 8 ore per il 29 aprile, con un presidio davanti a Montecitorio per sensibilizzare i parlamentari alla vicenda.

“Il fatto che gli esuberi siano scesi a 40 – afferma Roberta Turi, segretario nazionale Fiom Cgil – è la dimostrazione che con il tempo, attraverso le ricollocazioni interne e gli altri strumenti che si possono mettere in campo, i problemi si possono risolvere. Ricollocarsi, soprattutto per lavoratori ultra 50enni, non è semplice. L’azienda rimane ferma sull’intenzione a licenziare, ma oggi si è impegnata a verificare la possibilità, come abbiamo proposto, di utilizzare 5 mesi di cassa integrazione in deroga, anche se non garantisce nulla”.

L’unico segnale di disponibilità arrivato all’incontro di oggi, illustrano i sindacati, è l’annuncio di voler aumentare l’incentivo all’esodo: si tratta oggi su 26 mensilità più l’indennità di preavviso. “Nel nostro presidio del 29 aprile – conclude Turi – vogliamo chiamare in causa i parlamentari che per competenza territoriale sono più vicini alla vertenza, quindi quelli di Lazio e Lombardia, perché si facciano promotori di ogni iniziativa che sia utile per dare una soluzione positiva a questa vertenza”.

Intanto si è chiuso con una rottura il tavolo convocato per questa mattina in Assolombarda a Monza tra i vertici italiani di Micron, guidati dal director of general administration di Micron Semiconductor Italia, Raimondo Castellucci, e i sindacati. Sul tavolo la sorte degli ultimi 17 esuberi rimasti dopo l’accordo siglato al Mise poco più di un anno fa, il 9 aprile 2014, su una vertenza che in partenza prevedeva in tutto 419 licenziamenti.

“Al tavolo la multinazionale statunitense della microelettronica ha annunciato la partenza delle 17 lettere di licenziamento per la prossima settimana – spiega Nicola Alberta, coordinatore nazionale Micron Fim Cisl – Dobbiamo sottolineare l’inadempienza della società, che nella riunione al Mise del 3 febbraio aveva preso l’impegno di presentare proposte di lavoro agli ultimi esuberi. Questo non è successo, e riteniamo che l’atteggiamento di intransigenza che abbiamo registrato oggi sia dannoso per tutti. Quando si sigla un accordo l’interesse delle parti in causa dovrebbe essere quello di dialogare e cercare insieme una soluzione. Invece non abbiamo trovato nessuna disponibilità alla nostra richiesta di avere più tempo per cercare insieme una soluzione, e riteniamo che questo sia grave”.

Intanto da Micron arriva la conferma dell’intenzione di completare la ristrutturazione con l’apertura di una procedura di licenziamento collettivo, anche se l’azienda annuncia di voler continuare a impegnarsi nella ricerca di soluzioni alternative per le persone coinvolte, all’interno della procedura.

I sindacati, che da lunedì saranno impegnati nelle assemblee con i lavoratori per decidere insieme il da farsi, hanno in ogni caso annunciato di voler di nuovo chiamare in causa il ministero dello Sviluppo economico e la presidenza del Consiglio, “tanto più – afferma Alberta – dal momento che il sottosegretario che aveva seguito dall’inizio la vertenza, Claudio De Vincenti, nel frattempo è diventato sottosegretario alla presidenza del Consiglio, e conosce molto bene tutta la situazione”. “Nel momento in cui in tutto il Paese si rincorrono le crisi industriali e gli annunci di licenziamento – conclude Alberta, ci sembra paradossale che un’azienda sana e con i conti a posto possa prendere una decisione del genere. Anche perché secondo noi i margini per una soluzione positiva, di fronte a 17 posti di lavoro in ballo, ci sarebbero stati”.

“E’ sconcertante – aggiunge Roberta Turi – che l’azienda non si sia resa disponibile a percorsi alternativi di ammortizzatori sociali, come i contratti di solidarietà. Questo dimostra che alla fine c’è poca disponibilità di ragionare su ristrutturazioni che non abbiano impatto sociale negativo sui lavoratori”.

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