La trattativa Ocse sulla digital tax
In seno all’Ocse è operativa la “task force on digital economy” volta ad esaminare le regole concernenti la distribuzione dei profitti delle imprese digitali al fine di arrivare a un nuovo quadro condiviso di norme su dove vadano corrisposte le imposte e quale quota dei profitti possa essere tassata da ogni giurisdizione coinvolta.
Secondo obiettivo della task force è quello di architettare un nuovo sistema che assicuri che le multinazionali del digitale paghino una quota minima di imposte, al fine di proteggere gli Stati dal fenomeno della Base Erosion and Profit Shifting (BEPS), ovvero l’insieme di strategie di natura fiscale che talune imprese pongono in essere per erodere la base imponibile e dunque sottrarre imposte al fisco.
Ma l’abbandono del tavolo delle trattative da parte degli Usa e le conseguenti frizioni con la Ue, impegnata a varare una digital tax entro il 2023, rischiano di rallentare il raggiungimento dell’accordo definitivo.
Le mosse delle big tech contro le digital tax
Intanto le big tech stanno cercando un modo per arginare gli effetti delle tasse digitali in Europa. Apple, ad esempio, ha annunciato che aumenterà i costi per gli sviluppatori di app e dunque i prezzi sul suo app store. La mossa arriva dopo che Paesi come Regno Unito, Francia e Italia e hanno implementato sistemi di tassazione che riguardano le aziende tecnologiche.
“Quando le tasse o i tassi di cambio si modificano, a volte dobbiamo aggiornare i prezzi sull’App Store”, ha spiegato Apple in una nota, evidenziando che le tariffe sono state riviste in Germania a causa dell’aumento dell’Iva e in Francia, Italia e Regno Unito per il varo di web tax.
Ma la Mela non è la sola azienda tech a cercare modi per mitigare gli effetti delle novità fiscali. Giorni fa Google ha annunciato agli inserzionisti che a partire dal 1° novembre 2020, verrà aggiunta una commissione del 2% nel Regno Unito “alla fattura per gli annunci pubblicati. La tariffa è determinata dalla nuova tassa sui servizi digitali in quel Paese”. All’inizio di agosto anche Amazon ha reso noto di voler aumentare le tariffe sui venditori in Uk.
“Non sono sorpreso dalle variazioni di prezzo – spiega a Cbnc Dexter Thillien, analista di settore senior presso Fitch Solutions – Non c’è nulla che impedisca alle aziende tecnologiche di farlo, anche se questo potrebbe ledere la loro immagine. Non si tratta tanto di una questione fiscale, ma di una questione competitiva perché alla fine gli utenti finali, siano essi sviluppatori, venditori sul mercato o altri, dovranno utilizzare questi servizi e finiranno per pagare le tasse”.