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Allarme Ocse: “Economie sotto pressione, accelerare su digital tax”

Secondo l’organizzazione internazionale la ripresa post-Covid richiede una più equa ripartizione degli oneri fiscali per realizzare un sistema economico più verde, più innovativo e resiliente

Pubblicato il 03 Set 2020

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La digital tax leva di rilancio economico. Come evidenzia l’Ocse nel report “Tax Reforms 2020” la crescente pressione sulle finanze pubbliche e sempre maggiori richieste di una più equa ripartizione degli oneri fiscali “dovrebbero fornire un nuovo impulso per raggiungere un accordo sulla tassazione digitale”.
“I governi hanno intrapreso un’azione fiscale senza precedenti in risposta alla crisi Covid-19, – scrive l’Ocse – ma i paesi dovranno sostenere la ripresa economica di fronte a sfide fiscali che si mostrano significativamente in aumento”. Di fronte all’elevata incertezza scatenata dall’epidemia, si legge ancora nel rapporto, la politica dovrà dimostrarsi innanzitutto “agile” ma dovrà anche mantenere per tutto il tempo necessario le misure di sostegno mirate messe in campo finora, per evitare cicatrici profonde nel tessuto economico.
“Una volta che la ripresa sarà ben avviata, i governi dovrebbero passare dalla gestione delle crisi a riforme fiscali più strutturali, ma devono stare attenti – avverte ancora l’organizzazione – a non agire prematuramente poiché ciò potrebbe compromettere la ripresa”.
La cooperazione fiscale sarà ancora più importante per evitare che le controversie fiscali si trasformino in guerre commerciali, che danneggerebbero la ripresa in un momento in cui l’economia globale può meno permetterselo”, evidenzia Pascal Saint-Amans, direttore del centro Ocse per la politica fiscale, presentando il report.
“In questo momento, l’attenzione dovrebbe essere sulla ripresa economica – sottolinea Saint-Amans – Una volta che la ripresa è saldamente in atto, invece di tornare semplicemente al business as usual, i governi dovrebbero cogliere l’opportunità di costruire un’economia più verde, più digitale, più inclusiva e resiliente. Un percorso che dovrebbe essere ritenuto urgentemente prioritario è la riforma della tassazione ambientale e politiche fiscali che affrontino le disuguaglianze”.

La trattativa Ocse sulla digital tax

L’Ocse a fine gennaio ha raggiunto un accordo cui partecipano 137 Paesi per trovare la quadra entro fine 2020 ha riconosciuto, nel recente report “Tax and Fiscal Policy in Response to the Coronavirus Crisis”, che nella situazione critica generata dalla pandemia di coronavirus, diventa cruciale rispondere in maniera efficace alla sfide poste dalla digitalizzazione e garantire misure per la tassazione minima delle big tech. Secondo l’Ocse il forte impulso all’utilizzo di servizi su piattaforme digitali – basti pensare alla diffusione dello smart working e della didattica a distanza – possono rappresentare un nuovo stimolo a cercare un accordo a livello internazionale sulla web tax.

In seno all’Ocse è operativa la “task force on digital economy” volta ad esaminare le regole concernenti la distribuzione dei profitti delle imprese digitali al fine di arrivare a un nuovo quadro condiviso di norme su dove vadano corrisposte le imposte e quale quota dei profitti possa essere tassata da ogni giurisdizione coinvolta.

Secondo obiettivo della task force è quello di architettare un nuovo sistema che assicuri che le multinazionali del digitale paghino una quota minima di imposte, al fine di proteggere gli Stati dal fenomeno della Base Erosion and Profit Shifting (BEPS), ovvero l’insieme di strategie di natura fiscale che talune imprese pongono in essere per erodere la base imponibile e dunque sottrarre imposte al fisco.

Ma l’abbandono del tavolo delle trattative da parte degli Usa e le conseguenti frizioni con la Ue, impegnata a varare una digital tax entro il 2023, rischiano di rallentare il raggiungimento dell’accordo definitivo.

Le mosse delle big tech contro le digital tax

Intanto le big tech stanno cercando un modo per arginare gli effetti delle tasse digitali in Europa. Apple, ad esempio, ha annunciato che aumenterà i costi per gli sviluppatori di app e dunque i prezzi sul suo app store. La mossa arriva dopo che Paesi come Regno Unito, Francia e Italia e hanno implementato sistemi di tassazione che riguardano le aziende tecnologiche.

“Quando le tasse o i tassi di cambio si modificano, a volte dobbiamo aggiornare i prezzi sull’App Store”, ha spiegato Apple in una nota, evidenziando che le tariffe sono state riviste in Germania a causa dell’aumento dell’Iva e in Francia, Italia e Regno Unito per il varo di web tax.

Ma la Mela non è la sola azienda tech a cercare modi per mitigare gli effetti delle novità fiscali. Giorni fa Google ha annunciato agli inserzionisti che a partire dal 1° novembre 2020, verrà aggiunta una commissione del 2% nel Regno Unito “alla fattura per gli annunci pubblicati. La tariffa è determinata dalla nuova tassa sui servizi digitali in quel Paese”.  All’inizio di agosto anche Amazon ha reso noto di voler aumentare le tariffe sui venditori in Uk.

“Non sono sorpreso dalle variazioni di prezzo – spiega a Cbnc Dexter Thillien, analista di settore senior presso Fitch Solutions – Non c’è nulla che impedisca alle aziende tecnologiche di farlo, anche se questo potrebbe ledere la loro immagine. Non si tratta tanto di una questione fiscale, ma di una questione competitiva perché alla fine gli utenti finali, siano essi sviluppatori, venditori sul mercato o altri, dovranno utilizzare questi servizi e finiranno per pagare le tasse”.

 

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