L'EMENDAMENTO

Altro che 9 zeri. La web tax italiana vale (al massimo) 200 milioni

Questa la stima del senatore Mucchetti alla presentazione dell’emendamento alla Manovra. Ma a regime – fra qualche anno – si potrà superare la soglia del miliardo. Ecco il testo integrale del disegno di legge per tassare i colossi del Web

Pubblicato il 23 Nov 2017

mucchetti

Un gettito stimato fra i 100 e i 200 milioni di euro nei primi anni per poi varcare la soglia del miliardo, ma solo quando si andrà a regime. È questo, secondo il presidente della commissione Industria del Senato Massimo Mucchetti, il valore della web tax italiana. Altro che cifre a nove zeri, dunque, come spesso si è ipotizzato negli ultimi mesi facendo credere che le tasse dei colossi del Web varrebbero cifre degne di manovre finanziarie. Nell’illustrare al Senato la riformulazione dell’emendamento (di cui è primo firmatario) alla Manovra che introduce l’imposta del 6% sulla transazioni relative ai servizi digitali (il b2b per intenderci), Mucchetti ha fatto il punto sul contesto e sulle prospettive della nuova web tax made in Italy frutto di oltre un anno di lavoro e soprattutto della convergenza degli interessi in campo, quelli del governo, della politica, degli stakeholder e delle imprese. “Gli Ott producono distorsioni alle attività economiche”, ha sottolineato il senatore evidenziando che le nuove misure riguarderanno tutte le web company (anche quelle italiane dunque) anche se di fatto nel mirino ci sono i grandi colossi, Google % co. e dunque una quindicina di realtà, quelle dai grandi numeri.

Le prime 14 multinazionali dell’economia reale – si legge nella relazione che accompagna l’emendamento – sono valutate in media dai mercati finanziari 1,3 volte il patrimonio netto consolidato e 12,9 volte gli utili, mentre le prime 14 multinazionali digitali vengono valutate 5,5 volte il patrimonio netto e 34 volte gli utili.

Tre i pilastri su cui sui fonda il disegno di legge italiano: azione di monitoraggio da parte dell’Agenzia delle Entrate attraverso lo spesometro, accertamento di stabile organizzazione dell’impresa, introduzione del credito di imposta. E tre è secondo il senatore Luigi Marino – firmatario dell’emendamento – il numero “chiave” della misura: “Ci siamo posti tre obiettivi – ha detto durante la conferenza stampa di presentazione dell’emendamento -: rispettare il principio di equità, nob far pagare di più agli Ott, ridurre il peso degli stati “canaglia”, quelli che – anche in Europa – avvantaggiano fiscalmente le imprese”.

Come funziona la web tax italiana? “L’Agenzia delle entrate – si legge al comma 3 dell’articolo 88 bis (Misure fiscali per l’economia digitale” –   qualora constati che un soggetto non residente, senza stabile organizzazione nel territorio dello Stato, ha effettuato, nel corso di un semestre, un numero complessivo di operazioni superiore alle 1.500 unità e per un controvalore complessivo non inferiore a 1.500.000 euro, comunica al medesimo il superamento della soglia e lo invita a verificare in contraddittorio la qualificazione dell’attività rilevata quale esercizio della stessa per il tramite di una stabile organizzazione nel territorio dello Stato”. E il comma 11 fissa al 6% l’aliquota che si applica sul valore della singola transazione. “Per valore della transazione si intende il corrispettivo dovuto, al netto dell’imposta sul valore aggiunto. L’imposta è dovuta indipendentemente dal luogo di conclusione della transazione”.

L’imposta è prelevata – si legge al comma 12 – “all’atto del pagamento del corrispettivo, dai soggetti committenti dei servizi con obbligo di rivalsa sui soggetti prestatori. I medesimi committenti versano l’imposta entro il giorno 16 del mese successivo a quello del pagamento del corrispettivo”. Ma quel 6% sarà recuperabile da chi fa business sul territorio italiano con tanto di costi: “Oltre all’Ires il credito di imposta può essere esercitato rispetto ai versamenti per Irap, fatture fatte a fornitori terzi e contributi previdenziali”, puntualizza Mucchetti. E chi no rientrerà nella fattispecie perderà di fatto questa possibilità. “È esattamente quello che vogliamo, altrimenti la partita è a saldo zero. È evidente che le imprese italiane i costi li hanno, mentre non li hanno gli over the top come Google”.

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