FISCO

Amazon: “Paghiamo le tasse in Italia, partita Iva aperta a maggio”

Il colosso dell’e-commerce si difende dalle accuse di elusione fiscale: “La decisione riflette la nuova policy aziedale”. La precisazione nel giorno in cui l’Ocse annuncia il suo piano anti-evasione

Pubblicato il 05 Ott 2015

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Amazon già paga le tasse in Italia, avendo aperto dal primo maggio scorso una partita Iva. La precisazione è arrivata dal numero uno per Italia e Spagna del colosso dell’e-commerce Francois Nuyt, in occasione dell’apertura dello store online dedicato agli artigiani italiani. “Già paghiamo le tasse sui ricavi generati dalle vendite sul mercato italiano”, ha risposto il manager ai giornalisti. L’apertura della partita Iva, ha poi aggiunto, è legata a un cambiamento nella policy aziendale stabilito due anni fa: una misura analoga è stata adottata in Spagna, Uk, e Germania, e presto avverrà anche in Francia.

La precisazione di Amazon arriva nel giorno in cuil’Ocse ha presentato il suo piano anti-evasione ed anti-elusione composto da 15 azioni per contrastare ottimizzazione ed elusione fiscale. Oltre ai sette punti già concordati nel 2014, tra cui un capitolo sull’economia digitale, il pacchetto comprende misure contro trasferimenti finanziari fittizi, indebite deduzioni di interessi e filiali fantasma, e un sistema di monitoraggio dei risultati.

La lista pubblicata oggi è l’ultimo atto di una vicenda nata nel 2012, quando i Paesi del G20 avevano chiesto all’Ocse di occuparsi della questione, e fin dall’inizio le multinazionali avevano dato la loro disponibilità ad adeguarsi ai principi guida che l’organizzazione avrebbe stilato su un argomento che ha già creato diverse frizioni sia in Europa sia negli Stati Uniti.

“Il mondo delle tasse non sarà più lo stesso da questo momento – ha detto presentando le proposte Pascal Sint-Amans a capo delle “tax policy” nell’Ocse – stiamo entrando in una nuova era in cui finirà la pianificazione fiscale e l’elusione fiscale su larga scala: sfuggire sarà molto più difficile e costoso – ha aggiunto – e il ‘profit shifting’ sarà considerato non più ‘elusione’, ma vera e propria evasione fiscale”.

Il passo successivo a questo punto sarà capire come queste regole dovranno essere recepite dai singoli Paesi: a sottolinearlo è tra gli altri un portavoce della “Confederation of british industries”, secondo cui “i cambiamenti dovranno entrare in vigore con la stessa tabella di marcia in tutti gli Stati, per evitare che nascano vantaggi competitivi per alcune aziende”.

Per Francesco Boccia (Pd), presidente della Commissione Bilancio della Camera, primo firmatario della web tax poi bloccata dal governo Renzi , va dato ad Amazon “atto atto della scelta coerente”. “Tutti gli altri aspettano le scelte delle istituzioni europee che, però, tardano ad arrivare. L’ultima speranza è la spinta che può venire dal progetto Beps (Base Erosion and Profit Shifting) dell’Ocse – dice Boccia – Viceversa, non ci saranno più alibi per nessuno”.

“Quindi oggi, – aggiunge il deputato Pd – con due anni di ritardo e di gettito andato perduto, si scopre che la strada maestra era quella indicata dal PD nel 2013. Al tempo della digital economy avrebbe più senso spostare, anche a livello comunitario, la tassazione dalle imposte dirette a quelle indirette ed è su questa stessa linea che dovrebbe muoversi anche la Ue. Non posso quindi che accogliere positivamente la notizia relativa ad Amazon. Del resto, la norma italiana, votata nel 2013 e poi sospesa, aveva il medesimo obiettivo. Adesso andiamo avanti su questa strada, recuperiamo tutto il gettito che in questi anni abbiamo perso a causa di scelte poco lungimiranti e redistribuiamo queste risorse alla fiscalità generale per alleggerire il peso su innovazione, lavoratori e famiglie”.

In Italia il dibattito è dunque caldo. Appena ieri il premier Matteo Renzi ha avvisato l’Europa, annunciando che o la Ue interverrà sul tema della digital tax nel prossimo anno o nel 2017 il governo italiano farà da sé.

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