Ansaldo Sts, flop dell’opa Hitachi: aderisce il 6,4%

Nelle mani della casa giapponese il 46,5% dell’azienda. Si allontanano per il momento il delisting e la fusione delle due società, per cui servirebbero quote di controllo molto più robuste, rispettivamente del 90% e del 66,6% del capitale

Pubblicato il 15 Mar 2016

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L’offerta pubblica di acquisto di Hitachi su Ansaldo Sts manca il bersaglio: nell’ultimo giorno dell’offerta il gruppo nipponico ha raccolto poco meno del 3,2% del capitale, portando il totale delle adesioni al 6,42% circa e salendo così al 46,5% del gruppo di sistemi di segnalamento ferroviario. A incidere sul passo lento dell’operazione ha contribuito il fuoco di sbarramento messo in piedi dagli azionisti di minoranza, insoddisfatti per il prezzo offerto dai giapponesi, e la decisione della Consob che ha accertato una ‘collusione’ tra Hitachi e Finmeccanica che ha avuto come effetto quello di sottostimare Sts.

Il futuro di Ansaldo resta nelle mani di Hitachi che, con la sua quota, si conferma comunque azionista di controllo. I giapponesi potranno arrotondare la loro partecipazione acquistando azioni senza lanciare una nuova opa ma non potranno riaprire i termini dell’offerta non avendo superato la soglia del 50%. Sono però rimasti lontanissimi gli obbiettivi iniziali: quel 90% che avrebbe permesso ai giapponesi di far uscire Ansaldo Sts dalla borsa o quel 66,6% che avrebbe garantito il controllo dell’assemblea straordinaria per decidere la fusione fra Hitachi rail Italy (ex Ansaldo Breda) e Ansaldo Sts.

Non solo: Hitachi dovrà fare i conti con soci di minoranza che, fin da subito, hanno manifestato il loro rifiuto a cederle azioni, e che, con ricorsi alla Consob e al Tar, hanno fatto di tutto per renderle
la vita difficile. Fra loro il fondo Elliott, che il 9 marzo ha incrementato la sua quota azionaria in Ansaldo Sts dal 12,6% al 15,6%, parte di una posizione lunga sul 21,6% del capitale.

La chiusura dell’opa è l’ennesimo passo di un percorso cominciato nel 2015, quando Hitachi ha acquistato da Finmeccanica sia rami di azienda di Ansaldo Breda, che non è quotata in borsa, sia il 40,07% di Ansaldo Sts, pagando 9,5 euro per azione, per lanciare, alla stessa cifra, l’Opa sulla parte restante del capitale. Il prezzo è stato poi alzato di 0,399 centesimi dalla Consob che, su ricorso di alcuni soci di minoranza – i fondi Amber e BlueBell Partners – ha accertato, come scritto dall’organismo di controllo, “l’esistenza di una collusione fra Hitachi e Finmeccanica”: secondo Consob, giapponesi e italiani avrebbero abbassato di 32 milioni il prezzo di Sts, alzando della stessa cifra quello di Ansaldo Breda. In questo modo, per Finmeccanica il saldo sarebbe stato a
zero, ma Hitachi avrebbe potuto proporre ai soci di minoranza di Sts un’opa allineata ai 9,5 euro ‘formalmente’ pagati a Finmeccanica.

La decisione della Consob non ha però messo fine alla guerra, anzi. Sia i fondi Bluebell e Amber sia Hitachi hanno presentato appello al tar: i primi perché ritengono troppo bassa anche la cifra di 9,899 euro per azione e Hitachi perché contesta l’aumento del prezzo. Andando incontro alle richiesta del gruppo giapponese, e in attesa di una udienza in programma domani, i giudici amministrativi hanno provvisoriamente sospeso la decisione della Consob. “La bocciatura dell’Opa di Hitachi su Ansaldo Sts – commenta Bluebell – era un fatto del tutto scontato, posto che il prezzo offerto non valorizzava adeguatamente la società: il mercato lo ha stabilito con chiarezza”.

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