PRIVACY

Apple contro Fbi: la privacy non può essere affidata a sfide in stile O.K. Corral

Il caso esploso con il “no” di Tim Cook a Washington fa emergere il nodo dei nodi: cosa prevale quando da una parte ci sono esigenze investigative su crimini di atroce gravità come quelli del terrorismo e dall’altra la privacy di milioni di cittadini? La sfida può solo giocarsi su scenari giuridici internazionali. L’analisi di Guido Scorza

Pubblicato il 17 Feb 2016

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La vicenda è ormai nota ed ha fatto, in una manciata di ore, il giro del web.

Apple ha detto no alla Giustizia americana che le ha ordinato di “craccare” il proprio sistema operativo per consentire all’FBI di forzare la password di un iPhone utilizzato da uno degli attentatori della strage di San Bernardino.

Una posizione forte, con pochi precedenti, proprio come l’ordine del Giudice californiano impartito all’azienda di Cupertino.

Il re è nudo! Si sarebbe urlato in altri tempi.

Il nodo dei nodi è venuto al pettine: cosa prevale o, almeno, cosa dovrebbe prevalere quando da una parte ci sono esigenze investigative relative a crimini di atroce gravità come quelli del terrorismo internazionale e dall’altra la privacy di milioni di cittadini?

Hanno ragione “giudici e poliziotti” nel chiedere – ed anzi ordinare – ad Apple di aiutarli a violare la sicurezza dei propri dispositivi o ha ragione Apple a rifiutarsi di farlo, considerando più importante poter continuare a garantire la privacy dei propri clienti?

E’ difficile dubitare che dietro la lunga lettera aperta scritta da Tim Cook, ceo di Apple per rispondere all’ordine del Giudice Californiano non vi sia, almeno in parte, un’operazione di marketing ma, ad un tempo, guai a negare che, a prescindere dalle motivazioni alla base della lettera in questione, il rifiuto resta ed è un rifiuto fermo, netto e senza prove di appello che solo un gigante con le spalle larghe come Apple può permettersi di opporre ad un Giudice americano.

Qualsiasi altra società più piccola, davanti ad un analogo ordine, probabilmente, sarebbe capitolata ed avrebbe obtorto collo ceduto non potendosi, evidentemente, permettere il lusso di uno scontro con la Giustizia di Barack Obama ed il Federal Bureau of investigation.

Ed è proprio la consapevolezza dell’unicità – o quasi – della risposta di Apple che induce a riflettere sull’attuale fragilità del sistema e sull’esigenza che la questione del rapporto tra privacy e sicurezza interna ed internazionale venga risolta una volte per tutte ed a livello sovrannazionale.

E’, infatti, evidente che la privacy di miliardi di cittadini di centinaia di Paesi diversi non può essere affidata alla forza di una corporation determinata – per ragioni di marketing e/o di reale convinzione ideologica – ad opporsi ad un ordine di un giudice e nella condizione economica e “politica” di farlo anche a costo di porsi fuori legge.

Impossibile accettare l’idea che se il dispositivo in questione o, semplicemente, il software posto a presidio dei dati personali fosse stato prodotto da una società diversa, più piccola, più debole, meno ricca e potente o, semplicemente, meno indipendente dalla Casa Bianca, l’ordine del Giudice californiano sarebbe stato accolto e gli uomini del FBI sarebbero riusciti a raggiungere, usando la forza bruta, i dati personali ospitati nello smartphone in questione.

Guai a dare per scontato – come per la verità fa Mr. Cook nella sua lettera aperta – che riconoscere, magari a determinate condizioni e sotto il controllo di un Giudice, ad un’agenzia di intelligence un supporto nell’accesso ai dati personali contenuti in uno specifico dispositivo esponga, per davvero, a rischio la privacy di milioni di cittadini.

E’, però, fuor di dubbio che tocca alla comunità internazionale determinare, una volta e per tutte, nel quadro dell’aggiornamento delle convenzioni e dei trattati internazionali in materia di diritti dell’uomo se e quali limiti le Autorità di tutti i Paesi devono incontrare laddove le proprie esigenze investigative si scontrino con la privacy del clienti.

E’ urgente – e lo scontro epico tra la società della mela morsicata ed il Federal Bureau of investigation ne è solo l’ultima conferma – “costituzionalizzare”, al livello più alto possibile una posizione di equilibrio nel sempre più difficile rapporto tra privacy e sicurezza.

Sino ad allora i grandi e piccoli dibattiti internazionali attorno a temi quali l’ormai famoso post-Safe Harbour rischiano di suonare solo come ipocriti teatrini di diplomazia internazionale incapaci di incidere, per davvero, sui diritti e sulle libertà dei cittadini del mondo.

Come si colloca l’ordine impartito dai Giudici americani ad Apple e da questa, sin qui respinto, ponendosi fuori legge e sfidando il Governo della Casa Bianca con l’avvenuto recente perfezionamento tra Europa e Stati Uniti del c.d. Privacy Shield, erede del vecchio Safe Harbour?

A questa ed a tante altre analoghe domande serve una risposta urgente e definitiva, almeno per quanto e per come, nell’epoca della società liquida, possano esservi soluzioni regolamentari “definitive”.

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