IL CASO

Arduino si spacca in due: è guerra tra la neonata srl e lo storico founder Banzi

L’azienda Smart Project, produttrice delle schede madri, in capo al co-fondatore Gianluca Martino cambia nome in Arduino srl e affida il timone a Federico Musto. La società di Banzi con sede in Svizzera ha deciso di avviare un’azione legale per l’uso inappropriato del marchio da parte dei competitor che però non ci stanno: “Tutto regolare”

Pubblicato il 11 Feb 2015

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Arduino si è spaccato su due fronti pronti a darsi battaglia. La realtà tecnologica amata dai makers, gli artigiani digitali, perché – attraverso una scheda hardware open source – dà loro modo di costruire facilmente ogni tipo di oggetti, è al centro di una “spaccatura” con strascichi legali che non getta certo buona luce su un’eccellenza tecnologica del Made in Italy.

Cosa è successo? In sintesi Smart Project, azienda di Strambino (Torino) fondata nel 2004 che a tutt’oggi fabbrica le schede Arduino, si è cambiata nome 5 mesi fa in Arduino srl, sembra senza il consenso di Arduino CC, che ha sede in Svizzera, di cui founder e Ceo è Massimo Banzi. Per capire chi è Banzi si potrebbe dire che sta ad Arduino come Steve Jobs stava alla Apple: ne è co-fondatore ma anche volto e comunicatore nel mondo. Del gruppo degli storici founder che nel 2004 a Ivrea inventarono questa preziosa scheda fa parte anche Gianluca Martino, che in quell’anno fondò con altri Smart Project, dedicata appunto alla parte manifatturiera. Qualche mese fa scatta la “trasformazione” da Smart Project a Arduino srl e a novembre scorso diventa presidente del Consiglio di amministrazione di Arduino Srl Federico Musto, una carriera alle spalle in aziende informatiche internazionali ma estraneo al gruppo dei founder.

Si prospetta dunque una lotta su due fronti: da una parte la “svizzera” Arduino CC guidata da Banzi e dall’altra la nuova Arduino Srl di Martino, ora guidata da Musto e fondata da un sodale – a questo punto ex sodale – di Banzi.

Questa sorta di scissione era iniziata già da qualche tempo, ma era passata sotto silenzio sui media finché pochi giorni giorni fa Musto ha rilasciato interviste ad alcune agenzie di stampa, nelle quali è stato definito il nuovo amministratore delegato di Arduino nonché successore del primo primo Ceo, Massimo Banzi. Musto annunciava anche un cambiamento del gruppo Arduino verso “una dimensione internazionale in grado di interagire con altri gruppi”, perché “il mercato dei maker non è più quello che era ai tempi del bar di Ivrea e sulla scena ci sono in gioco oggi player importanti come Intel e altri colossi internazionali”. Ma dall’ufficio stampa di Arduino è presto arrivata a Corcom una smentita: “Le affermazioni fatte dal signor Musto non sono state condivise dalla società Arduino e Massimo Banzi non ha lasciato alcuna carica”.

Il giorno seguente un comunicato ha gettato ulteriore luce sulla vicenda. I cambiamenti annunciati dal Ceo Musto sono “relativi ad una o più società le cui attività sono a lui direttamente o indirettamente afferenti e totalmente indipendenti da Arduino. In particolare, una di esse ha mutato pochi mesi fa il proprio nome in Arduino Srl senza alcun autorizzazione e accordo con Arduino. Alcune di tali società nel corso degli anni hanno collaborato con Arduino per quanto riguarda la mera manifattura e la commercializzazione di parte delle schede Hardware disegnate da Arduino”. In sostanza, fa capire Banzi, quelli di Arduino srl sono semplici fabbricatori di schede: fondamentali, certo, ma solo una parte dell’ampio e complesso progetto Arduino. Banzi ha fatto poi sapere che “Arduino ha già intrapreso diverse azioni legali nei confronti del sig. Musto e di tali società sia negli Usa che in Italia”

Uno dei nodi del problema è che, come sostiene Musto, Arduino srl possiede il marchio Arduino. E questo sarà certamente un punto di forza per la sua società.

In una conference call svoltasi oggi, alla quale ha partecipato anche CorCom, Musto e Martino hanno fornito la loro versione dei fatti. “Il nostro è un progetto industriale che va avanti da 8 mesi. Divergenze di visione con Banzi? In questo periodo ha declinato i nostri inviti a parlare della situazione, è lui che non ha voluto aderire al nostro progetto. E poi aveva intenzione di spostare la produzione all’estero, mentre noi vogliamo mantenerla in Italia” dice Musto, presidente e Ceo di Dog Hunter, società impegnata nell’Internet of Things, ed ex vicepresidente e general manager Emea di Red Hat, compagnia americana multinazionale di software che si dedica allo sviluppo e al supporto di software libero e open source in ambiente enterprise. “Banzi è un portavoce del progetto open source, ma non è Arduino” ha proseguito Musto.

Musto e Martino hanno assicurato che Banzi non è presente in alcun modo nella compagine azionaria di Arduino srl e Martino ha affermato di non “essere presente in altre società in cui è presente Banzi”. Fino a questo momento la ex Smart Project ha fabbricato e venduto tramite i distributori le schede Arduino, mantenendo per sé i ricavi. “Pagavamo Banzi per le attività di marketing e comunicazione della realtà Arduino” sostiene Musto. “A questo punto la Arduino CC non può produrre schede Arduino perché il marchio è di nostra proprietà” aggiunge Musto. Vero è che Arduino non è solo produzione schede. E’ qualcosa di più ampio e articolato che va dallo sviluppo software alle strategie organizzative che prevedono alleanze con altri big industriali: di grande rilievo quella conclusa a fine 2013 con Intel per realizzare la scheda Intel Galileo , che porta la firma di Banzi.

Certamente lo scontro in casa Arduino non contribuisce alla buona fama del Made in Itay tecnologico che i “ragazzi di Ivrea” avevano contribuito a creare. A questa obiezione Musto replica: “Lavare i panni sporchi in pubblico non è la strada migliore, ma non ho iniziato io. Da subito ho cercato di trovare una mediazione. Quanto al Made in Italy tecnologico, bisogna appunto portarlo su un nuovo territorio internazionale. Banzi non era in grado? Ribadisco che non è voluto entrare nel progetto industriale”.

Ora in ballo c’è un’azienda, dice Musto, che “cerca di posizionare nel mercato nuovi prodotti, stringere alleanze con produttori di microchip, giocare un ruolo importante nell’Internet of Things”. La parola passa ai tribunali.

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