IL CASO

Banda ultralarga, due newco per Enel?

La partita è tutta da giocare e l’ipotesi di una rete di Stato nelle aree a fallimento di mercato apre scenari inediti. L’azienda guidata da Starace potrebbe essere costretta a rivedere i propri piani e a “sdoppiare” Open Fiber

Pubblicato il 18 Gen 2016

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Potrebbero esserci nuovi colpi di scena nella partita della banda ultralarga italiana. La discesa in campo di Enel e la conseguente costituzione di Open Fiber, la società creata per la posa della fibra passiva, sembrava aver messo la parola fine alla saga dell’uso dei fondi pubblici per gli interventi infrastrutturali volti a superare il digital divide.

La società guidata da Francesco Starace era apparsa ai più come il deus ex machina, il “veicolo” ideale per spingere la realizzazione della nuova rete in linea con gli obiettivi del Piano Bul del governo e di quelli europei al 2020. Il business plan non è ancora stato svelato: stando alla roadmap annunciata da Starace a fine 2015 il progetto dovrebbe vedere la luce a giorni. Ma il rischio di uno slittamento si fa sempre più concreto.

A sparigliare le carte è stato il Cobul, il comitato per la banda ultralarga. A sorpresa, rispetto quantomeno al dibattito che ha tenuto banco nei mesi scorsi, ossia quello della messa in campo di incentivi pubblici da parte dello Stato per sostenere la realizzazione della rete da parte degli operatori nei cluster C e D (aree a fallimento di mercato), il Comitato ha espresso perplessità sul modello a incentivo, ritenendo più “adatto” il modello “diretto”, quello che prevede la realizzazione della rete da parte dello Stato che diventerebbe così anche il proprietario dell’infrastruttura. Infratel è il soggetto individuato per la realizzazione della rete nel caso il governo faccia proprie le indicazioni del Cobul.

Su come poi “accendere” e gestire la fibra passiva le ipotesi sul tappeto sono ancora molteplici. Ad esempio, potrebbe essere Infratel stessa, con un approccio opposto a quello seguito finora secondo cui cui era un operatore telefonico (quasi sistematicamente Telecom Italia) ad aggiudicarsi la relativa gara per ogni segmento di nuova rete realizzato (in tutto circa 14.000 chilometri in fibra). Oppure, potrebbe rimanere il modello delle gare segmentate, consentendo però la partecipazione soltanto ad operatori non verticalmente integrati, a quanti cioè non offrono servizi ai clienti finali.Terza via, ed è un’ipotesi che incontra molto credito, si potrebbe indire una sola gara per la gestione dell’intera nuova infrastruttura, sempre riservandola agli operatori non integrati. Una scelta che, di fatto, finirebbe per tirare la volata alla partecipazione dell’Enel.

Ma, anche in quest’ultimo caso Enel sarebbe ancora interessata a scendere in campo per la gestione di una rete di cui non sarebbe proprietaria ma solo concessionaria? Il modello di business sarebbe egualmente sostenibile o comunque sempre interessante per una società il cui business principale resta l’energia elettrica? E ancora: se nelle aree nere l’azienda guidata da Francesco Starace optasse per partnership con gli operatori di Tlc, Enel Open Fiber si configurerebbe come operatore verticalmente integrato e dunque impossibilitato in quanto tale ad andare a operare nelle aree a fallimento di mercato? Dovrebbe in tal caso “sdoppiare” la società della fibra affidata a Tommaso Pompei per farne una che interverrà alle gare per la gestione della rete Infratel ed un’altra per gli interventi nelle aree A e B in simbiosi con gli operatori di tlc interessati all’alleanza?In quest’ultimo caso, quanto sostenibili saranno i rispettivi business plan? Il gioco varrà veramente la candela?

Molto dipenderà anche dalle scelte delle autorità regolatorie su prezzi e condizioni di accesso alla rete da parte degli operatori di telecomunicazioni. Agcom in primis, ma anche Antitrust ed Autorità per l’Energia. Non stupisce che Starace abbia iniziato il giro delle sette chiese, partendo proprio da Agcom cui ha chiesto audizione.

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