POLIMI

Business intelligence e big data. Le aziende scelgono l’innovazione

Polimi: le imprese devono fare la loro parte con gli investimenti e compito delle istituzioni è creare i presupposti infrastrutturali e di alfabetizzazione utili per il cambiamento

Pubblicato il 05 Feb 2016

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Non si può certo negare che l’Italia si stia impegnando sul fronte dell’innovazione digitale. La strada, prima irta e lastricata di incertezze, appare ora tracciata con più chiarezza. Internamente alcuni indicatori testimoniano un ritrovato dinamismo (Osservatori Digital Innovation della School of Management del Politecnico di Milano): i big data analytics sono cresciuti del 34%, il mercato del cloud computing ha gettato le basi per un incremento del 25%, le internet of things contano oggi 8 milioni di oggetti connessi per un valore complessivo di oltre 1,5 miliardi di euro, mentre la diffusione del mobile consumer tocca i 45 milioni di dispositivi. Numeri importanti e un trend interessante.

Ma va tutto bene? “Non possiamo adagiarci sugli allori, anche perché l’Italia – afferma Alessandra Luksch, direttore della Digital Transformation Academy della School of Management del Politecnico di Milano – continua a essere in posizioni di retrovia nelle classifiche sulla digitalizzazione. Non possiamo crearci false illusioni, pensando di aver raggiunto chissà quali risultati, perché il gap della spesa digitale italiana con la media europea (NdA: UE 27) continua a essere elevato. Tuttavia, alcuni buoni risultati devono spronarci a investire sempre di più nelle tecnologie”. Il confronto con il resto d’Europa, effettivamente, ci penalizza: le previsioni di crescita del nostro PIL sono dell’1,4%, quelle europee del 2,2%. In Europa gli investimenti in tecnologie fino al 2019 correranno a un ritmo annuale del 3,3%, una cifra da miraggio per il nostro Paese.

Il nostro sistema si è però messo in movimento: la governance sulla digitalizzazione del Paese da parte di AgID è ben focalizzata e l’approvazione del programma di crescita digitale finalmente ci porta in dote un piano con delle priorità ben definite e un impegno di 1,51 miliardi all’anno. “In questo contesto – prosegue il Direttore – l’Italia è come un motore non ancora a regime. Le imprese devono fare la loro parte, investendo in innovazione tecnologica e organizzativa. Le istituzioni, però, devono creare i presupposti infrastrutturali e di alfabetizzazione utili a innescare il cambiamento anche nelle fasce meno ricettive”. Il budget ICT nel 2016 crescerà dello 0,7%, dopo la stasi del biennio precedente. Sono soprattutto le medie imprese fino a 250 dipendenti e quelle medio-grandi fino a mille dipendenti ad animare la ripresa degli investimenti in ICT (+1,18% e +1,88% rispettivamente). Le grandi e grandissime imprese solamente in apparenza restano ferme al palo (+0,18% e -0,78% rispettivamente). La loro strategia, infatti, è ben diversa: riduzione dei costi di gestione e legacy, scelte architetturali e tecnologiche di maggiore efficienza, per liberare nuove risorse da destinare all’innovazione digitale. “Lo dicono i numeri – sostiene Luksch.

Nel 2015 le grandissime imprese hanno destinato un budget ICT per l’innovazione pari al 35,5%, contro una media del 31,4%. Stanno aprendo nuove strade, privilegiando l’efficienza e puntando sulla virtualizzazione e sul cloud ibrido, più che sull’outsourcing”. Verso quali aree si indirizzeranno gli investimenti ICT del 2016? Quali settori saranno toccati dalle diverse soluzioni tecnologiche? Business intelligence, big data e analytics si confermano in cima alle preferenze aziendali (44%), con punte nei settori delle utility&energy (83%) e nelle imprese con oltre 10 mila dipendenti (67%). Sono soprattutto le imprese di medie dimensioni (50%) a concentrarsi sulla digitalizzazione e dematerializzazione documentale, che raggiunge il suo massimo nel settore della Pubblica Amministrazione. La terza scelta riguarda, invece, i sistemi gestionali ERP (34%), integrati sempre più con le funzionalità social e gli accessi mobile. È soprattutto l’industria (46%) a manifestare interesse verso quest’ultima area, con una concentrazione spinta tra le imprese medio-grandi (43%).

Qual è la sintesi, quindi, della situazione italiana? “La domanda di ICT – conclude Alessandra Luksch – sembra aver terminato la preoccupante fase di stagnazione. Il 2016 si prospetta come l’anno che potrebbe dare il via a un’inversione di tendenza. I segnali ci sono. Le nostre aziende appaiono più pronte a cogliere le nuove opportunità di ripresa provenienti dall’economia mondiale, grazie anche alla digital transformation. È confortante sapere che il nuovo impulso si origini proprio dalle medie e medio-grandi aziende, in questi anni ai margini del rinnovamento e delle sfide digitali”.

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