IL CASO

Uber Italy, 10 indagati. La procura: “Condizioni di sfruttamento”

Chiusa l’indagine per caporalato, di cui dovranno rispondere tra gli altri la manager Giulia Bresciani e due responsabili delle società di intermediazione. Il Pm: “Riders pagati a cottimo 3 euro a consegna, derubati delle mance e puniti”

Pubblicato il 12 Ott 2020

riders

Si sono concluse le indagini della procura di Milano su Uber Italy, mirate ad accertare se la filiale italiana della multinazionale statunitense sia imputabile per i reati caporalato nei confronti dei rider di Uber Eats e per accertare eventuali reati fiscali. A chiudere il fascicolo e indagare 10 persone, tra le quali la manager di Uber Italy Gloria Bresciani in concorso con i due responsabili delle società di intermediazione coinvolte, Frc e Flash Road City, è stato il Pm di Milano Paolo Storari. Secondo quanto riportato dall’avviso di chiusura delle indagini i lavoratori erano “pagati a cottimo 3 euro a consegna”, “derubati” delle mance e “puniti”.

In questo contesto la posizione di Uber Italy, indagata per responsabilità amministrativa di società per reati commessi da propri dipendenti, è invece stata stralciata. L’udienza davanti ai giudici della sezione autonoma misure di prevenzione del Tribunale di Milano che a maggio scorso stabilirono il commissariamento è fissata per il 22 ottobre, e in quella sede si farà anche il punto della situazione per valutare se la società abbia nel frattempo messo in campo le contromisure necessarie per scongiurare casi di caporalato e sfruttamento. Le indagini in corso avevano portato, alla fine di maggio, al commissariamento – disposto sempre dal tribunale – della piattaforma di delivery, un provvedimento fino ad allora inedito per la giustizia italiana.

Gli indagati, secondo quanto ricostruito dal Pm, “in concorso tra loro e con altre persone non identificate utilizzavano, impiegavano e reclutavano riders incaricati di trasportare a domicilio prodotti alimentari, assumendoli presso le imprese Flash Road City ed Frc srl, per poi destinarli al lavoro presso il gruppo Uber in condizioni di sfruttamento”. Gli indagati, secondo la procura, avrebbero approfittato “dello stato di bisogno dei lavoratori, migranti richiedenti asilo, dimoranti presso centri di accoglienza straordinaria e provenienti da zone conflittuali e pertanto in condizione di estrema vulnerabilità e isolamento sociale”.

I rider, ricostruisce ancora il Pm, erano “pagati a cottimo 3 euro a consegna, indipendentemente dalla distanza da percorrere, dal tempo atmosferico, dalla fascia oraria e pertanto in modo sproporzionato rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato”.  Secondo la ricostruzione della procura i rider non potevano nemmeno tenere per sé le mance “che i clienti lasciavano spontaneamente ai riders quale attestazione della bontà del servizio svolto”.

Quanto alle punizioni, consistevano in “una arbitraria decurtazione del compenso pattuito, qualora i riders non si fossero attenuti alle disposizioni impartite”.

Nell’avviso di chiusura delle indagini il Pm ha anche allegato un prospetto con casi specifici che dimostrano come a fronte, ad esempio, di una settimana lavorativa di 68 ore un rider abbia incassato 179,50 euro con un “malus”, ossia una decurtazione, di 24,5 euro.

L’avviso di conclusione delle indagini riporta inoltre anche il contenuto di alcune intercettazioni di Gloria Bresciani che parla con un altro dipendente della società: “Davanti a un esterno non dire mai più ‘abbiamo creato un sistema per disperati’. Anche se lo pensi, i panni sporchi vanno lavati in casa e non fuori”, si legge.  “I riders – afferma il Pm – venivano sottoposti a condizioni di lavoro degradanti, con un regime di sopraffazione retributivo e trattamentale, come riconosciuto dagli stessi dipendenti Uber “.

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